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Corrispondenze Afghane: il libro di Nico piro che racconta la guerra “dimenticata”

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“Corrispondenze afghane, Storie e persone di una guerra dimenticata” è un libro di Nico Piro del 2019 edito da Poets & Sailors che racconta l’Afghanistan moderno dopo il ritiro delle truppe occidentali del 2014, riportando le voci e le storie delle persone che vivono in mezzo al conflitto.

La trama di “Corrispondenze afghane” di Nico Piro

“Corrispondenze afghane” inizia la propria narrazione con l’inizio del viaggio di Nico Piro in Afghanistan, di ritorno dopo diverso tempo nel paese. La prima immagine che ci viene restituita è quella del silenzio e della paura durante l’atterraggio, un silenzio estraneo per l’autore che ricordava il rumore e la convivialità che contraddistingueva i suoi precedenti atterraggi in Afghanistan. Fin dalle prime pagine del libro si nota che qualcosa in Afghanistan è cambiato con il ritiro della missione ISAF a guida NATO nel 2014. Dal 2015, infatti, sono aumentate le vittimi civili e ogni anno le statistiche peggiorano. Il paese è lacerato da attacchi aerei, bombe, attentati o imboscate e il conflitto vede contendere il territorio tra le forze governative, i talebani, la branca afgana dell’ISIS. A ciò si aggiungono i signori della guerra, la criminalità e le diverse tensioni etniche.

In “Corrispondenze Afghane” Nico Piro ci presenta una Kabul irriconoscibile ai proprio occhi e che oggi è presa in ostaggio dalla criminalità e dalla speculazione edilizia. Si tratta di una città che cerca di emulare le megalopoli sfarzose degli Emirati ma lo fa in pessimo modo attraverso i grattacieli, la comparsa della “narco-architettura” o delle cosiddette “ville pakistane”. Si tratta di una città che da una parte cerca di dare una parvenza di benessere ma dall’altra sta facendo ancora i conti con la povertà e le ferite delle bombe, che si toccano con mano in strada. Una città che ha perso la propria identità e che è disorientata, una città che non sa verso quale futuro può volgersi.

Nico Piro ci guida in un viaggio nell’Afghanistan moderno senza la paura di aprirsi in un racconto intimo tra le proprie preoccupazioni e speranze ma mettendo in primo piano i personaggi incontrati e raccontandoci le usanze e la storia del paese. In “Corrispondenze Afghane” Nico Piro ci fa conoscere i diversi personaggi e le diverse scene che fanno parte dell’Afghanistan moderno come il tassista, la “festa” dei giovani intellettuali, il movimento artistico degli ArtLords, i signori della guerra come Hekmatyar conosciuto come il “Macellaio di Kabul”. Il libro contiene diverse storie e interviste che riportano anche lo splendido lavoro di Francesa Recchia per mantenere e conservare le arti di un paese che tende a dimenticarle a causa della guerra, il sostegno del centro a supporto dei paraplegici gestito da Alberto Cairo, il club di lotta Maiwand e il centro di disintossicazione di Leila. Esperienze che costituiscono un barlume di speranza all’interno dell’Afghanistan.

“Corrispondenze Afghane” di Nico Piro racconta cosa vuol dire essere giornalisti in Afghanistan, cosa vuol dire essere sostanzialmente condannati a morte ma nonostante ciò continuare a lottare contro l’intimidazione dei politici, dei signori della guerra o dei criminali. In altre parole ci restituisce le testimonianze dei civili che vivono sotto il costante rischio della criminalità in aumento, di una politica corrotta, degli effetti dei modelli politici che l’occidente ha esportato nel paese e del rischio della droga (si pensi che molte persone in Afghanistan soffrono di disturbi post traumatici, non riconosciuti come tali, e fanno uso della Tablet K ovvero una droga sintetica). Però Nico Piro non esita a raccontarci delle donne che fanno politica nel paese come Malai Joya e Robina Jalali, ma anche la figura controversa di Fawzia Koofi. In poche parole Nico Piro indaga e analizza i diversi aspetti che costituiscono l’Afghanistan oggi, sentendo diverse voci di diversi schieramenti e non dimenticando di riportare le belle storie che trasmettono un messaggio positivo e che danno speranza di un futuro migliore per il paese.

“Corrispondenze afghane” di Nico Piro racconta di uno dei paesi più pericolosi al mondo, si pensi che una delle parole più utilizzata nel libro è “Kalashnikov”, ma che lotta per difendere la propria libertà di stampa e che continua ad esercitare il proprio diritto di voto nonostante le persone corrino il rischio di cadere vittima di un attentato, nonostante la disorganizzazione che non permette di votare. Piro ci racconta, e sogna, un Afghanistan possibile, un bel Afghanistan. Un paese dove sia possibile ridere, non di un riso amaro perché si è scappati dalla morte, in cui tutti possano godersi un tè caldo in un clima di convivialità e non di conflitto.

Il punto di vista dei civili e il lavoro del giornalista in aree di crisi

“Corrispondenze afghane” di Nico Piro racconta la guerra, senza pregiudizi verso chi è coinvolto, e provando a capirne i meccanismi. Lo stesso libro ha diverse facce come il paese che racconta: si tratta di un racconto intimo, un diario, ma che in certi punti assume le caratteristiche di un romanzo di avventura o del genere spionistico, mentre in altri punti ancora diventa un vero e proprio manuale sul conflitto afghano. Piro attraverso le sue descrizioni cerca di trasportare il lettore in Afghanistan, di fargli respirare l’atmosfera di quel paese tra tensione e magia. Infatti i paesaggi dell’Afghanistan prendono vita in giganti che si abbracciano o in scaglie di drago di roccia, dando così un senso magico al paesaggio naturale del paese in conflitto legato ai cosiddetti fatti umani. Attraverso le descrizioni trapela un senso di profondo amore dell’autore verso il paese ma anche di speranza.

Il libro tocca anche i diversi aspetti del lavoro del giornalista in aree di crisi che esplora il sistema formale e non formale. Un lavoro eseguito secondo il principio del non avere pregiudizi e di dare voce ai personaggi che vivono, influenzano o subiscono il conflitto. Il libro infatti è costituito da interviste a soggetti sensibili che vogliono denunciare anche il continuo e traumatico rischio di perdere la vita, facendo assumere a Piro quella figura che era propria del Rapsode, ovvero il cantore dell’antica Grecia che cuciva le diverse storie per costruire la propria opera. Il libro si mostra cosi godibile ad ogni tipo di lettore in quanto alterna momenti di narrazione a momenti di spiegazione. Di conseguenza la questione Afghana viene trattata a livello politico, civile ma anche geopolitico analizzando il fallimento dell’azione occidentale in tutti i fronti nei quali è intervenuta nel paese. Lo scopo del libro si mostra attraverso la domanda, o meglio la preoccupazione, che si ripropone costantemente nel libro: Quale futuro per l’Afghanistan?

Il conflitto Afghano

L’Afghanistan è un paese ormai in guerra sin dall’intervento sovietico del 1979, rendendo la guerra un fatto normalizzato e facendo si che ci siano generazioni cresciute senza conoscere il significato della pace. Il conflitto afghano è il simbolo di una guerra che è cambiata e che ha perso le sue bandiere, senza più delle cause ben definite per le quali lottare, senza più formalità. Si pensi che spesso solo una delle parti porta l’uniforme e che i nemici diventano alleati. Inoltre molti degli schieramenti in campo non hanno una gerarchia e fanno riferimento a un solo comandante che spesso è  un fanatico religioso, un trafficante o un capo locale che cerca di soddisfare i propri interessi.

Il conflitto in Afghanistan, iniziato nel 2001, rappresenta la regina delle guerre moderne dopo l’11 settembre e la guerra più lunga mai combattuta da qualsiasi potenza occidentale, una guerra che ancora non si è conclusa realmente. Nel 2014 le truppe della coalizione ISAF a guida NATO si sono ritirate dall’Afghanistan per l’impossibilità di vincere il conflitto e per gli ingenti costi umani, politici ed economici. Al suo posto è stata avviata la missione “Resolute Support” che conta 18 mila effettivi, in maggioranza americani e circa mille italiani. Dal 2014 l’Afghanistan è stato definito come uno “Stato fallito”, determinando la perdita di interesse dei nostri giornali nazionali verso il conflitto e svalutando la vita di molti afghani. Ad oggi la comunità internazionale ha lasciato i giornalisti afghani da soli a raccontare il conflitto in corso. Questi giornalisti rischiano quotidianamente la vita e molti di loro vengono uccisi pur di raccontare quello che accade nel paese dopo che gli uffici di corrispondenza a Kabul di TV e agenzie internazionali hanno chiuso.

Si tratta di un conflitto iniziato sotto l’emblema della War on terror e contro la Sharia, portando però a domande e dubbi su una politica estera statunitense ambigua che tollera e si allea con l’Arabia Saudita, stato che applica la Sharia, criticando nel contempo il ricorso ad essa da parte dell’Afghanistan. Tale situazione si è fatta ulteriormente torbida da quando il presidente Trump ha instaurato un intesa più forte con l’Arabia Saudita sulla base di interessi comuni come il petrolio e la lotta all’Iran. A ciò si aggiunge che il conflitto afghano viene stimolato da dinamiche geopolitiche e che vede il Pakistan interessato al perpetuarsi del conflitto affinché non si apra un’altra disputa confinaria, dopo quella del Kashmir, per la linea Durand che divide il popolo Pashtun tra Afghanistan e Pakistan. A ciò si aggiunge l’interesse della Russia che attraverso il proprio lavoro diplomatico con i Talebani cerca di garantirsi un fianco meridionale sicuro dal terrorismo islamico.

La situazione a livello locale, inoltre, vede la forte influenza dei signori della guerra, suscitando forti tensioni tra la presidenza e i poteri locali. Il quadro viene poi complicato dalla disorganizzazione e la corruzione all’interno dello Stato, oltre che dall’accanimento del Daesh verso i civili e che registra l’intensificazione dei rapporti militari e politici con il Daesh siriano-iracheno. In questo contesto i Talebani vengono legittimati maggiormente a livello diplomatico e politico, infatti ad oggi cercano di dare un immagine più rassicurante e dialogante rispetto al passato, senza dubbio più del Daesh. Le prospettive del il paese però sono ancora torbide e si teme che una pace con i talebani comporti un loro effettivo ritorno con il conseguente acuirsi dei conflitti etnici. Inoltre un ritorno dei talebani solleva non pochi interrogativi per quanto riguarda il futuro: la popolazione teme di perdere la costituzione, la libertà delle donne o la libertà di informazione. In altre parole si teme di perdere quelle piccole conquiste di libertà che si è riusciti a instaurare.

In conclusione l’Afghanistan è un paese complesso che l’occidente non comprende o che forse non vuole comprendere. Occorrerebbe ascoltare il popolo afghano che attualmente spera solo per un futuro per il proprio paese. A questi si aggiungono milioni di rifugiati che sognano un paese finalmente in pace e così da poter far ritorno sotto l’azzurro cielo afghano per renderlo un grande paese.

Dare voce a un conflitto “dimenticato”

Nico Piro riportando la voce del popolo afghano, senza pregiudizi, rompe quel silenzio funzionale agli Stati occidentali che non vogliono parlare o fare i conti con gli effetti delle proprie scelte in Afghanistan. Il libro è nato grazie a due diverse iniziative di crowdfunding, uno dal 22 giugno al 9 agosto del 2018 e uno dal 1 settembre al 12 novembre 2018, per sostenere le spese di viaggio e la pubblicazione. In questo modo con “Corrispondenze afghane” Nico Piro ha cercato di soddisfare quel bisogno informativo del pubblico che è stato negato dalla stampa nazionale. In altre parole l’autore ha cercato di colmare quel vuoto lasciato dal 2014 e di restituire dignità e voce al popolo afghano. Di conseguenza lo scopo di “Corrispondenze afghane”, che si pone temporalmente come seguito del suo libro “Afghanistan: missione incompiuta”, è quello di parlare degli anni dell’oblio.

Attualmente, anche attraverso il crowdfunding, Nico Piro continua a raccontare l’Afghanistan. Ne è un esempio il documentario “Un’ospedale in guerra” la cui visione è disponibile partecipando alla campagna di crowdfunding per la produzione della sua versione in inglese (donazione libera, donazione suggerita 5 euro) via PayPal all’indirizzo paypal.me/pools/c/8nh4W4eEHj . Sostenere esperienze di questo genere permette di sostenere una stampa libera e indipendente, un giornalismo volta a dar voce anche alle periferie del mondo.

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