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IL MARTIRE MANCATO: Come sono uscito dall’inferno del fanatismo

Opera seconda di Walimohammad Atai, “Il martire mancato” è un libro che si legge tutto d’un fiato ma è anche un libro che, in ogni singola parola, concentra sapientemente concetti vastissimi ed emotivamente dilanianti.

“Il martire mancato” è infatti un libro sui generis in quanto, pur trattandosi dell’autobiografia dell’autore, non ricorre ai toni tipici di questo stile letterario: non vi sono lunghe descrizioni dello stato d’animo e dei pensieri dei personaggi, bensì il taglio sembra più assimilabile a quello giornalistico. L’autore, dimostrando grandissime doti descrittive e di analisi, ci catapulta direttamente e senza troppi convenevoli, all’interno dell’Afghanistan odierno, dove regnano arretratezza, oscurantismo ed interessi economici delle potenze occidentali.

Attraverso la narrazione della sua storia personale, Walimohammad Atai solleva il velo sotto il quale l’Occidente ha colpevolmente e consciamente “seppellito” le vicende di questa terra per coprire la centralità del proprio ruolo nel decretarne il susseguirsi delle vicende brutali che hanno poi portato l’Afghanistan ad essere il paese martoriato da guerre incessanti – che si protraggono da più di 40 anni – quale lo conosciamo oggi.

L’autore però, non risparmia di indicare anche come e perché gli Afghani stessi abbiano colpa e contribuiscano ad osteggiare il progresso – e quindi la svolta storico-culturale – che permetterebbe al paese di emergere dalle ceneri in cui l’hanno ridotto i Russi prima e gli Stati Uniti poi, così da poter trarre vantaggio dalla situazione di caos totale in cui quella terra, una volta culla e promotrice dei più grandi avanzamenti politico-culturali nel Medio Oriente, versa per trarne maggior profitto dai propri traffici di petrolio ed oppio con i signori della guerra – figure che le stesse superpotenze hanno grandemente contribuito a creare.

Nelle parole con cui Walimohammad sceglie di aprire la prefazione de “Il martire mancato”, è racchiuso tutto il senso profondo del suo attivismo, che lo ha portato a dover fuggire dall’Afghanistan a sedici anni: “senza istruzione l’oscurantismo regnerà sempre nel nostro martoriato Afghanistan (…). L’istruzione è diventata una questione di vita o di morte per il nostro popolo. (…) se non costruiamo basi culturalmente solide, non smetteremo mai di languire sotto il giogo straniero. Il rischio non è solo quello di essere abbandonati nell’arretratezza, ma anche di essere sterminati”.

E proprio l’istruzione è una delle tematiche maggiormente approfondite dall’autore in questo libro.

Walimohammad ci racconta infatti di cosa vuol dire studiare in una scuola internazionale del terrorismo fondamentalista, che attualmente – almeno in Afghanistan – si insegna nelle madrase.

“Il martire mancato” ci restituisce una fotografia vivida e fedele come mai prima d’ora, del sistema di indottrinamento sviluppato dai talebani – con la connivenza di parte del governo Afghano – per “formare” i futuri terroristi, diffondendo un falso concetto di jihad.

L’autore infatti ci racconta di come lui stesso fu “attirato” in questa rete con la promessa di un’istruzione migliore e di un prestigio senza pari; promesse queste che, nella mente di un bambino in età da scuola elementare e di natura curiosa, che non è mai uscito dal proprio villaggio rurale situato a valle delle montagne del Goshta, trovano terreno fertile. Specie se in tutta la sua vita questo bambino non ha mai conosciuto la pace, ha assistito e/o subito quotidianamente soprusi e violenze di ogni genere, perpetrate in nome di una purezza religiosa le cui radici affondano nell’arretratezza culturale ed in antichi culti tribali e di cui i talebani si sono auto-dichiarati depositari, giudici e protettori.

In un contesto come questo, è impossibile per un bambino formarsi un’idea diversa e distaccata rispetto alla realtà che gli viene raccontata tutti i giorni. Fondamentale poi per l’autore, è stato anche il ruolo della madre, completamente assoggettata ai dogmi dell’integralismo e per la quale l’accettazione del figlio nella madrasa era motivo di grande vanto: la madre di Walimohammad infatti, sognava che lo stesso divenisse un giorno un grande Mullha prima ed un martire poi, come lo zio mujahedin durante l’invasione russa.

Decisiva fu l’entrata in scena nella vita dell’autore e della sorella Salma della nonna paterna, inizialmente allontanata dalla nuora per paura che la stessa potesse “contaminare” i figli con le idee del padre. Egli infatti, era medico ed oppositore politico del regime dei talebani, che credeva negli insegnamenti del vero Islam e per i quali ha dato la sua stessa vita, ucciso per mano dei talebani e da tutti etichettato come “infedele” – anche dalla stessa moglie!

La nonna di Walimohammad era una donna vissuta in un tempo in cui l’Afghanistan era un territorio libero dall’oscurantismo, in cui le donne avevano pari diritti degli uomini, in cui le stesse potevano diventare medico, pilota od ingegnere, in cui la tolleranza religiosa era praticata. Insomma, la nonna era vissuta in un’epoca che per l’Afghanistan odierno sembra impensabile ed era rimasta una dei pochi depositari della memoria storica di quei tempi, una dei pochi testimoni che un’alternativa a tutte quelle morti e sofferenze insensate è possibile.

Grazie all’incontro con questa figura, che gli racconta per la prima volta la vera storia del padre – potente e di fortissimo impatto è il passaggio de “Il martire mancato” nel quale l’autore descrive il momento in cui le bugie, come le definisce lo stesso Walimohammad, che la madre gli aveva sempre raccontato sul suo conto vengono a galla – , il ragazzo comincia a leggerne gli scritti e di lì a poco decide di abbandonare una volta per tutte la madrasa.

Riportando la testimonianza di un suo amico rimasto all’interno della stessa per molto più tempo di lui però, l’autore riesce a “chiudere il cerchio” costellato di rivelazioni scomode su quanto succede davvero all’interno di queste sedicenti scuole coraniche. Grazie al racconto della sua storia infatti, vengono toccate anche le tematiche che non erano entrate in gioco fino a quel momento, rendendo la narrazione de “Il martire mancato” uno dei report più dettagliati, obiettivi e completi su come operano davvero i terroristi e su come “nascono” i kamikaze. Walimohammad infatti, non tralascia nulla, compreso il ruolo dei servizi segreti Pakistani, le ipocrisie degli alti vertici dei gruppi terroristici ed i riti che vengono compiuti dai kamikaze nel giorno del loro martirio.

Ma “Il martire mancato” non si limita al trattare l’argomento, seppur focale, delle scuole internazionali di terrorismo. Il libro racconta minuziosamente come l’integralismo islamico ha permeato ogni singolo aspetto della vita quotidiana delle persone e lo domina del tutto, non mancando giustamente di sottolineare il ruolo svolto dalle potenze occidentali.

Quello che emerge ovunque è un palese tentativo di far piombare il paese nell’ignoranza ed arretratezza più totali, così da poterne facilmente soggiogare e manipolare la popolazione, soprattutto le donne.

A queste ed alle violenze a cui le stesse sono sottoposte, sono dedicati interi capitoli del libro nel quale ci viene spiegato con precisione quasi chirurgica e con una grande attenzione al dettaglio, la drammaticità delle condizioni in cui sono costrette a vivere le donne. Si tratta di un mondo quello Afghano, specie quello al di fuori delle grandi città, in cui le donne vengono date in spose in tenera età – coloro che si ribellano a questa imposizione non hanno altra “via di fuga” se non il suicido -, in cui vengono rese schiave dalla famiglia del marito, sfregiate con l’acido, picchiate, seviziate, torturate e/o uccise se non si piegano al volere dell’uomo. Il motto spesso utilizzato dai talebani e ripetuto varie volte nel libro infatti, è: “le donne devono essere viste solo in casa o nella tomba! Se lasciate le vostre figlie o mogli libere, loro commetteranno reati e seguiranno la strada del diavolo”. Tutto questo in nome di precetti religiosi consapevolmente incorrettamente interpretati dai talebani per poter preservare (ed in alcuni casi far rivivere) antiche tradizioni antecedenti all’epoca di maggior progresso dell’Afghanistan.

Molto interessante e degno di nota a tal proposito, è il monologo interamente riportato in “Il martire mancato” di un Imam di nome Zubeer. Il religioso aveva studiato a Kabul e si scontrò direttamente con le sfere religiose che sostenevano gli integralisti, sostenendo a più riprese che i talebani fossero in realtà uomini dei servizi segreti pakistani e brutalmente ucciso dagli stessi proprio a seguito del discorso di cui si ritiene doveroso riportarne i passaggi fondamentali proprio per far capire come Islam ed integralismo – quindi per esteso, Islam e talebani – nulla hanno in comune.

Nessuno pare aver letto il Corano e sembra che nessuno conosca il significato delle preghiere che ripetono cinque volte al giorno. Sono tutti bravi a parlare ed emettere “sentenze” contro le donne e ad esprimere pareri su tutto ciò che concerne i loro interessi. (…) nel nostro villaggio ci sono persone che mai hanno frequentato una scuola, ma fanno gli imam nella moschea. (…) La colpa di “averci fatto rimanere indietro” è imputabile anche ai paesi stranieri che hanno fatto il lavaggio del cervello agli imam che hanno studiato nelle madrase in Pakistan, dove si insegna ad uccidere i fratelli che svolgono servizio per l’esercito o la polizia afghana! (…) Le donne afghane erano libere in un’altra “epoca”, erano parte attiva della vita sociale, non avevano bisogno di chiedere il permesso ai mariti per uscire dalle proprie abitazioni, il velo non era un obbligo (…) Se un uomo del nostro villaggio è cresciuto con la consapevolezza che è lecito picchiare una donna, perpetrare violenza continua poi sarà solo un “piccolo” passo. Attualmente un cospicuo numero delle nostre donne cerca rifugio da mariti violenti aizzati da finti imam o Mullha, i quali non sanno nemmeno cosa significhi l’Islam. (…) E’ paradossale che le donne, che godono di uno status così miserevole nella società e che non hanno un ruolo appagante nel nucleo familiare, siano in realtà depositarie di un falso e primitivo concetto di onore e che siano accettate solo se rinunciatarie delle loro naturali inclinazioni e preferenze per ciò che concerne il matrimonio”.

L’autore fa completamente sue queste parole e, una volta giunto in Italia, fonda con la sorella – per la difesa della quale si è battuto strenuamente, combattendo contro la madre che la voleva dare in sposa a 13 anni ed alla quale ha fatto da insegnante, coadiuvato dai libri del padre donatigli dalla nonna – l’associazione FAWN (Free Afghan Women Now) che si batte per la difesa dei diritti delle donne afghane sul territorio.

Walimohammad Atai, fa parte dei milioni di afghani costretti a scappare dall’Afghanistan o perché condannati a morte dal regime dei talebani o per cercare alternative di vita migliore – ed in un paese come quello in commento spesso le due cose si sovrappongono – ed ha deciso di mettere a servizio la sua vita per dare voce a tutti coloro che sono rimasti nella terra natia e per contribuire contemporaneamente ad un miglioramento delle condizioni della società afghana, passando attraverso la fondamentale presa di coscienza collettiva della popolazione.

Noi di Large Movements vi consigliamo caldamente la lettura di questo libro proprio perché, attraverso la forma del racconto personale, restituisce atrocemente ma oggettivamente la fotografia geopolitica di quello che è successo nel paese negli ultimi 25/30 anni.

Solo aprendo gli occhi sulle nostre responsabilità in quanto mondo occidentale ed alzando finalmente quel velo di cui parlavamo all’inizio infatti, potremmo realmente capire non solo come poter effettivamente contribuire al miglioramento delle condizioni del paese – lavorando fianco a fianco con la comunità afghana, non imponendo per l’ennesima volta un modello che mal si combina con le loro tradizioni e la loro cultura – ma anche e soprattutto come non continuare a perpetrare gli stessi “errori” in altri Stati in via di sviluppo.

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Martina Bossi

Presidente Large Movements APS

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