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L’aiuto è un gioco per due: Gli stessi bisogni a 12.000 km di distanza

In uno dei primi mesi di servizio civile in Cile con la Papa Giovanni XXIII ho partecipato ad un evento organizzato in un centro sociale in cui era protagonista la lotta femminile nell’autodeterminazione dei popoli: sono state raccontate le storie di Margherita Valdés e di Sakine ‘Sara’ Cansiz. 

La prima, un’attivista ambientale d’etnia Mapuche, la seconda, appartenente all’etnia curda in Turchia, fondatrice del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. 

Entrambe lottatrici appassionate, entrambe ostacolate ed uccise perché scomode nel perseguimento del loro obiettivo. Le loro storie mi hanno toccato profondamente, ma ancora di più è stato significativo, successivamente, il momento di dialogo e confronto intorno al fuoco, dove sono emerse riflessioni, da alcune ragazze cilene, sui bisogni delle persone. 

Questo punto è stato d’ispirazione per me. 

Nella mia esperienza sociale in Italia, nei progetti educativi svolti con ragazzi di varia età, nel mio attivismo giovanile, più volte mi sono ritrovata in cerchio, a parlare e sentir parlare, soprattutto, di bisogni. Ebbene, dopo anni, dall’altra parte del mondo, nell’egocentrica Santiago, grazie ad un’associazione femminile della quale non conoscevo l’esistenza prima di questo incontro, li ho ritrovati. Eccoli, sempre gli stessi. Millenni di storie e culture che si sviluppano diversamente, migliaia di chilometri di distanza per poi riportarci alle stesse esigenze: spiritualità, comunità, contatto con ciò che è naturale, condivisione diretta. Queste quelle emerse quella sera, queste quelle che ho sempre ascoltate nelle mie attività. Questo pensiero mi ha colpito, perché, ancora una volta, banalmente, mi ha fatto percepire l’illusione della diversità umana; ci piace pensare di essere unici e migliori, soprattutto, ma tutti cerchiamo, in maniera diversa, di colmare questi bisogni fisiologici. 

In realtà, a stare a contatto con l’altra parte, quella che si suppone essere la parte aiutata, non ci si sente migliori, in un certo senso ci si sente peggiori. 

Peggiori per la fortuna che si ha di vivere nel lusso senza la consapevolezza di quanto costi quel lusso ad una parte di mondo, uguale a noi, con le stesse necessità; peggiori perché siamo trascinati da un flusso sociale così smanioso ed insaziabile di superfluo, che nemmeno ci facciamo caso a quei bisogni fondamentali, ce li dimentichiamo, come se non fossero alla base di tutti gli altri. 

Ma a sentirsi peggiori con consapevolezza, si ha infinito margine di miglioramento e partendo da quella si trovano risorse ed energie per ascoltare, sorridere, condividere e questo diviene l’aiuto. Il vero aiuto che non è un flusso di benessere unilaterale, ma un’onda che oscilla tra le persone come uno di quei dondoli colorati su cui giocano i bambini.  

L’aiuto, come quel dondolo, è un gioco per due. Se si pensa di aiutare qualcun altro senza mettersi in gioco, senza andare su e giù, a tempo, insieme, allora si sta seduti e basta. 

Così ho capito il senso di ciò che stavo facendo, qualche volta al giorno, quando assimilando tutto questo mi sono sentita inspiegabilmente felice seduta accanto ad un uomo che viveva per strada e veniva a fare il suo unico pasto al Comedor; quando capivo, finalmente, una mezza frase di una delle donne sorde che partecipavano e, parola chiave, lavorano al Proyecto Sol; quando un bambino, all’Escuelita, mi chiamava tía e voleva giocare con me, anche se ancora non sapevo come si chiamava. 

Il bisogno di conoscere un nome è secondario, loro lo sapevano già, prima viene il bisogno di comunicare e condividere: sempre gli stessi bisogni… 

Infondo, nascere in un contesto sociale e familiare più sicuro e oggettivamente più ricco non è una scelta, non è un merito, non può nemmeno essere una colpa per chi possiede tale fortuna, ma comporta una grande responsabilità, la responsabilità di restituire, in qualche modo, a chi è il motore nascosto di questa fortuna ciò che, al momento, la cooperazione internazionale non riesce ad assicurare a tutti, ovvero un frammento di vita dignitosa. Ma come si fa? 

Essere stata lì, per me, è stato un tentativo di restituzione sentito, in cui mi sono resa conto che è molto più umano condividere, che il pensiero di prendere o dare, che è quello il vero aiuto, che fa bene ad entrambi e che non riguarda il solo fare qualcosa per qualcun altro, ma prendere atto che fare qualcosa per gli altri significa fare qualcosa per sé stessi, perché i nostri bisogni sono tali per cui non possiamo escludere l’altro dal nostro benessere.  

Perché per aiutare e aiutarsi bisogna essere in due su quel dondolo e darsi da fare per non rimanere fermi. 

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Desiree Barra

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