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Dalle coste italiane alla Giungla di Calais, passando per Bruxelles, con il sogno di raggiungere l’Inghilterra: il Covid 19 non ha fermato né i migranti né la società civile

Ali (nome di fantasia) frequenta regolarmente i corsi di francese della scuola per Adulti Maximilien e quelli di olandese al Centro di fonetica applicata di Bruxelles (Cpab); è etiope ma anche un po’ italiano o meglio italiane sono le sue impronte per l’Europa. Lo incontro a Bruxelles dove nella Rue de la Loi, dal palazzo della Commissione e del Parlamento europeo sventolano le bandiere dell’Ue.

Su un muro si legge “The future is Europe”, sotto degli operai con il casco portano avanti dei lavori, mentre il Belgio era rimasto senza governo, dopo che Charles Michel (attuale presidente del Consiglio Europeo) si era dimesso nel dicembre 2018 a causa di tensioni interne legate per lo più al tema dell’immigrazione, e l’Italia faticava a trovarne uno – Era l’estate del 2019, del Papete, di Matteo Salvini Ministro degli Interni, della capitana della Sea Watch Carola Rackete arrestata a Lampedusa dopo aver portato in salvo 42 persone, del Governo Giallo-verde che stava per diventare Giallo-Rosso. “Che bella Firenze”, mi dice Ali. Ed elenca i nomi degli operatori del centro di accoglienza di Scandicci in cui è stato per 9 mesi. Eppure, da lì, l’Italia perde le sue mille sfumature per diventare un’unica costa: quella dei migranti. Mentre i ministri e i governi si consultano –e oggi neanche più tanto vista la recente legge approvata dal Parlamento in Danimarca per cui chi fa domanda di asilo sarà “collocato” in paesi extra Ue nell’attesa dell’esito – i richiedenti asilo rimangono intrappolati nel Regolamento di Dublino; si spostano da un paese all’altro, cercando di ovviare alla regola che li vincola al primo paese di arrivo, fuggendo di volta in volta dai controlli della polizia. Con l’acuirsi della pandemia, della promessa della Von der Leyen di abolirlo rimane solo l’eco.   

A seguito dell’emergenza del 2015, per due anni era stato adottato un sistema di ricollocazione obbligatorio, cui il Belgio, nonostante le severe politiche del segretario federale Theo Francken, ha preso parte. Seguendo la procedura, l’ufficio immigrazione belga informa il ministero italiano della volontà della ripresa in carico di domande di asilo già esistenti, l’Italia che secondo Dublino dovrebbe rispondere entro due mesi, non lo fa quasi mai. Per cui i tempi si allungano, i termini scadono, le domande rimbalzano e tornano ad essere di competenza italiana. I più fortunati rientrano nel programma dell’European Asylum Support Office (Easo) che si occupa della redistribuzione del numero di migranti nei vari paesi europei, in base ad una combinazione fra il numero di abitanti, il tasso della disoccupazione e il Pil. Ma la maggior parte arriva per via illegale, in autobus o in treno. Per tanti il Belgio è solo un’altra tappa prima di tentare di raggiungere la costa inglese. “Con la polizia italiana non è difficile passare il confine“, dicono i migranti. Mentre i controlli francesi, supportati dalla polizia inglese, sono molto più stringenti, non solo sulla costa del nord ma anche via terra. Intanto, nell’attesa che la politica europea, a seguito della pandemia da Covid 19, si faccia più audace proprio a partire dai diritti umani, è la società civile a mobilitarsi, costruendo una rete intorno a questi migranti “in orbita” che non presentano la richiesta di asilo in nessun paese europeo, con la speranza di raggiungere l’Inghilterra. I volontari della Warehouse di Calais, una cittadina al Nord della Francia che si affaccia sul regno inglese, offrono loro un piatto caldo, distribuendolo nella Jungle, un non-luogo fatto di tende che è diventato luogo, e poi casa per chi ha messo su famiglia; sono stese su fili precari delle tutine di neonati che forse legalmente neanche esistono. A Bruxelles tutte le notti il centro “Porte d’Ulysse”, che non ha mai smesso la sua attività neanche nel pieno della pandemia, dà a 350 migranti un posto letto, un pasto e la possibilità di farsi una doccia, prima di ripartire per Calais.  

L’Europa invece preferisce non vedere e, quando può, alle frontiere li respinge. Ali ha pagato mille euro per tentare la traversata verso l’Inghilterra ma non ce l’ha fatta. “Per fortuna sono riuscito a scappare dalla polizia”, racconta. Ha 28 anni, sono sette anni che ha lasciato casa, tre che è in Europa. È stanco Ali: da Calais è tornato a Bruxelles dove chiederà asilo. Aumentando i controlli alle frontiere, l’Europa non solo dimentica il principio di solidarietà ma viola anche il principio di non respingimento della convenzione di Ginevra. Alla stazione di Calais Fréthun, il binario 4 da cui partono gli Eurostar per Parigi e Bruxelles è completamente blindato, viene aperto dalla sicurezza solo all’arrivo del treno. Mentre si assiste alla processione dei controlli di biglietti e documenti, si pensa a Schengen, il trattato della libera circolazione delle persone, e si ha la sensazione di essere meno liberi; e alla luce della proposta danese, si ha la percezione di un’Europa meno unita.  

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Erika Greco

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