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Lucha y Siesta: la casa delle donne che resiste con le donne

Lucha y siesta

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Lucha y Siesta è una realtà romana che si occupa di contrasto alla violenza di genere ormai da dodici anni: si tratta di un centro autogestito nato grazie all’iniziativa di un gruppo di attiviste locali, che nel 2008 ha sottratto all’incuria e all’abbandono un immobile di proprietà di ATAC, nota azienda della capitale per i trasporti.
Lo stabile, altrimenti inutilizzato e destinato al degrado, è stato trasformato nel tempo in un solido punto di riferimento sul territorio, un rifugio per numerose donne in fuga da violenza e maltrattamenti, nonché per i loro figli.

Lucha y Siesta e il concordato preventivo stipulato da ATAC

Eppure quello che di fatto è divenuto un vero e proprio presidio non solo di tutela della donna, ma anche di integrazione, mediazione culturale, riqualificazione urbana e sociale, oggi rischia di subire una battuta d’arresto: l’edificio sede di Lucha y Siesta rientra infatti nel concordato preventivo stipulato da ATAC, che nel 2017 ha notificato alle residenti la messa in vendita della struttura al fine di evitare il fallimento dell’azienda.
A nulla sono servite le numerose iniziative di dibattito e confronto, anche a livello istituzionale, che da allora hanno tentato di trovare una soluzione per salvare Lucha y Siesta: nell’agosto del 2019 il Comune di Roma ha disposto per il mese successivo il distacco delle utenze e lo sgombero della casa. Le proroghe faticosamente ottenute hanno solo rimandato l’inevitabile: il 25 febbraio del 2020, nove delle donne presenti in struttura sono state trasferite in altri edifici. Il definitivo distacco delle utenze inoltre non è ancora avvenuto soltanto per via delle proteste del collettivo di Lucha y Siesta che, con l’aiuto degli abitanti del quartiere Tuscolano, ha impedito l’ingresso agli operatori.

L’intervista di Large Movements a Michela, attivista di Lucha y Siesta

Michela, attivista di Lucha y Siesta, intervistata da Large Movements fa luce su quanto sta accadendo ed aiuta a delineare un quadro più chiaro anche rispetto alle prospettive future. Parlando della storia della casa, racconta che Lucha y Siesta accoglie donne dalle origini più svariate: le ospiti provengono dalla Nigeria, dallo Yemen e dall’Europa dell’Est, e fino a pochi mesi fa era presente anche una ragazza del Bangladesh.

In sostanza, la comunità è composta quasi del tutto da donne migranti ed all’interno della struttura entrano quotidianamente a contatto realtà molto differenti fra loro, spesso complesse da conciliare per numerose ragioni religiose, culturali, contestuali. Le divergenze, ovviamente, sono anche linguistiche: non tutte le donne presenti, infatti, possono già comunicare in un idioma che non sia il proprio. Michela spiega che questi apparenti contrasti costituiscono un valore aggiunto per l’esperienza di Lucha y Siesta e che delle specifiche figure professionali contribuiscono continuamente alla costruzione di una convivenza pacifica e fruttuosa. A riprova di ciò, fa presente che fra le attiviste figurano mediatrici culturali, avvocate, psicologhe. Questo perchè dalla varietà di usi e costumi compresenti discende la necessità che ciascuna donna usufruisca di adeguati spazi “privati” ed al contempo di una collettività positiva e percepita come spazio sicuro.

Le attività

Le attività svolte dalla casa coinvolgono tutte e sono molto sentite sul territorio: si presentano libri, si promuovono dibattiti e discussioni sul tema delle discriminazioni, si combattono gli stereotipi con l’attuazione di un’intensa politica femminista, si mira alla sensibilizzazione su quei temi che sono comuni a tutte le ospiti.
Lo spazio BibLys, poi, consente la presa in prestito gratuita di libri; un laboratorio di sartoria insegna tecniche di riutilizzazione e riciclo dei materiali tessili in un’ottica di sostenibilità. All’interno della casa è presente inoltre Poliedro, uno spazio dedicato alla genitorialità adibito al libero incontro fra genitori e figli: un luogo dove “si sta insieme, si fa laboratorio contro i preconcetti”. Eppure, molte donne hanno dovuto repentinamente separarsi da tutto questo: l’attivista specifica che le tempistiche dei trasferimenti già operati sono state molto più ristrette rispetto al previsto ed alcune ospiti hanno subito un distacco eccessivamente frettoloso e forzato dalla struttura.

Lucha y Siesta costituisce infatti un aggregante molto forte per le donne che ne fanno parte, le quali tengono particolarmente al sentire comunitario ed anche una volta “smistate” continuano a sentirsi parte del progetto.
Michela chiarisce infatti che le ospiti già trasferite continueranno ad essere seguite dai rispettivi assistenti sociali, che svolgeranno con loro dei colloqui e delle attività di formazione che le possano agevolare nel loro percorso di empowerment.

I problemi e il dialogo con le istituzioni

Tuttavia i problemi sono molteplici, in quanto non è ancora chiaro quali spazi potranno essere sfruttati a tal fine. Gli appartamenti attualmente disponibili, inoltre, difettano di molti servizi fondamentali (in alcuni mancherebbero addirittura luce e gas), senza contare i rischi materiali e psicologici connessi con un trapianto così repentino in una struttura altra e meno tutelata rispetto alla casa. Pare infatti che alcune delle donne sgomberate stiano vivendo delle serie difficoltà di adattamento e non siano riuscite del tutto ad accettare il cambiamento: “non basta un tetto per fare una casa”, afferma Michela. Il dialogo col Dipartimento per le politiche sociali e le pari opportunità, unico ente attualmente disposto ad interagire con Lucha y Siesta, dunque, è tutt’altro che concluso: è necessario trovare delle soluzioni condivise per mettere in sicurezza tutti gli spazi che nella maggior parte dei casi accolgono anche dei minori ed hanno bisogno di particolare cura. Al momento è soltanto il presidio permanente, aperto a tutti, a fare da baluardo per la prosecuzione della vita della casa, il cui futuro continua ad essere incerto.

Il contesto italiano nella sfida alla violenza di genere

La vicenda di Lucha y Siesta non fa che aggravare il più generale contesto italiano già particolarmente difficoltoso per la donna vittima di violenza di genere. L’Italia infatti, pur avendo ratificato nel 2013 la “Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, continua ad oggi a mantenere inattuate molte delle disposizioni contenute nel testo.
La Convenzione prevede l’approntamento sul territorio nazionale di almeno un posto letto ogni diecimila abitanti, dato rispetto al quale l’Italia è del tutto fuori norma con i suoi 627 posti letto totali. A Roma in particolare la situazione presenta alti profili di criticità, trattandosi tra l’altro di una realtà urbana peculiarmente complessa: i posti letto fruibili sono in tutto 25 ed è la sola Lucha y Siesta a mettere a disposizione ben 14 di questi. Inoltre, stando ai dati forniti dal sito della struttura, la stessa Lucha y Siesta avrebbe consentito al Comune di Roma di risparmiare diverse migliaia di euro, intervenendo direttamente per colmare le lacune amministrative riscontrate.

In conclusione, il venir meno di un punto fermo tanto rilevante come Lucha y Siesta pare evidentemente grave in un quadro di sfondo che risulta disinteressato al problema e che attualmente non sembra affatto proporre soluzioni idonee e concrete. La tutela di donne e minori che hanno intrapreso un difficile percorso di autodeterminazione e di rinascita non può essere sacrificata nel silenzio istituzionale, né la reintegrazione nel contesto sociale degli esseri umani coinvolti può essere interrotta riducendo la questione ad una vicenda immobiliare.

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Arianna Martinez

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