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L’INCLUSIONE PASSA DALLA DANZA: Abbattere i pregiudizi attraverso la danzaterapia

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Nella puntata di oggi della nostra rubrica LMTalks parliamo di danzaterapia. Nello specifico tratteremo di come la danza possa essere un mezzo per abbattere i “classici” pregiudizi nei confronti dei migranti che caratterizzano la nostra società. 

Ne parliamo con il Dott. Fernando Battista, insegnante del dottorato “Pedagogia del Confine” presso il dipartimento di Scienze della Formazione di Roma 3 nonché performer coreografo che si occupa di spettacolo e formazione didattica dei contesti educativi ed interculturali. 

Il Dott. Battista ci spiega che cosa si intende per danzaterapia e come questa disciplina abbia sviluppato degli ottimi risultati in ottica di inclusione sociale.  

Ci spiega infatti che il concetto di terapia, notoriamente applicato in medicina o psicologia, può applicarsi estensivamente anche ad altre branche dell’umano in quanto il suo obiettivo ultimo è quello di far ritrovare il benessere e l’equilibrio ad una determinata persona. Durante la nostra intervista, il Dott. Battista specifica quindi che la danzaterapia mira a far sviluppare un senso di benessere all’individuo attraverso l’entrare in relazione prima e l’accettazione poi, del proprio corpo. 

L’intervistato ha avuto modo di misurarsi con i benefici di questa tecnica grazie all’ideazione e realizzazione del suo progetto “Migrant Souls”, la cui prima versione è stata realizzata in collaborazione con Laboratorio 53 e la cui metodologia è oggetto di studio nel dottorato in cui l’intervistato insegna. 

Battista ci spiega che l’idea del progetto nasce a seguito degli scontri che qualche anno fa sono seguiti allo sgombero di una cooperativa sociale che ospitava minori non accompagnati a Torre Maura. In quell’occasione, ci racconta Battista, la popolazione italiana ha verbalmente attaccato i ragazzi ripetendo dei luoghi comuni palesemente legati ad una mancanza di conoscenza e di informazione. 

In quell’occasione fu chiaro a Battista dunque, che occorreva entrare nelle scuole e formare i ragazzi sull’utilità di adottare delle pratiche relazionali più inclusive e non solo su tutte quelle skills che li rendono competitivi sul mercato del lavoro. 

Visto il radicamento di determinati stereotipi in contesti disagiati poi, Battista capisce che l’unico modo per formare efficacemente questi ragazzi è applicare la logica del learning by doing (apprendere attraverso il fare). E quale mezzo migliore se non l’arte per fare ciò? 

L’arte infatti, ci spiega l’intervistato, è un elemento transculturale e transgenerazionale che attraversa tutte le culture e le età, rappresentando quindi un terreno comune di facile comprensione per tutti – la danza più di tutti può essere utile in questi contesti.  

L’utilità della danza in un progetto di inclusione che vede coinvolti migranti ed adolescenti italiani sta nel fatto – ci spiega Battista – che attraverso la danza entrambi i gruppi sono messi sullo stesso piano poiché per entrambi il corpo rappresenta un identico fattore di difficoltà. 

Da un lato, per gli adolescenti accettare il proprio corpo è difficilissimo per la delicatezza dell’età che si trovano ad affrontare. Dall’altro i migranti hanno problemi ad accettare il proprio corpo poiché lo stesso ricorda loro costantemente le violenze e gli abusi che hanno dovuto subire durante il viaggio. 

La danza quindi, chiamando entrambe le categorie ad approcciarsi a qualcosa che le mette a disagio, le fa confrontare su di un terreno neutro nel quale entrambe sono svantaggiate e quindi non entra in gioco alcun rapporto di forza precostituito. 

Battista ci spiega come l’obiettivo di questo progetto è quello di superare il confine rappresentato dal proprio corpo e conoscere l’altro sulla linea di frontiera (il corpo) che rappresenta un non luogo che stimola l’incontro tra persone. Questo non luogo è proprio la danza. 

Quando gli chiediamo quale è stato il feedback degli studenti, il Dott. Battista ci risponde che, sebbene inizialmente tutti avevano difficoltà a relazionarsi utilizzando il proprio corpo ed il linguaggio non verbale, ricorrendo a tecniche tipiche dell’arteterapia – come, ad esempio, quella di ripetere un esercizio per più volte così da far acquisire dimestichezza ai ragazzi – gli studenti hanno iniziato a lasciarsi alle spalle l’imbarazzo iniziale e ad aprirsi con l’altro. 

A seguito di questo primo step, continua Battista, il pregiudizio che contraddistingueva gli adolescenti italiani inizia a cadere e gli studenti cominciano anche a valorizzare di più aspetti della loro vita quotidiana che davano per scontati fino a quel momento. La conseguenza ultima di questo – e quello che dà la dimensione dell’importanza e dell’impatto di progetti come quello oggetto della nostra intervista – è stata che, alcuni dei partecipanti al progetto, hanno cambiato drasticamente idea sul percorso da seguire nella propria vita, decidendo di impegnarsi in attività che favoriscano l’inclusione di persone svantaggiate. 

Ciò a riprova del fatto che progetti come questo contribuiscono non esclusivamente a far integrare i ragazzi migranti ma soprattutto ad educare le nuove generazioni ad una cultura dell’accoglienza più inclusiva rispetto a quella attuale. 

Per saperne di più sul progetto e sull’impatto che lo stesso ha avuto sui ragazzi, di seguito troverete i link a due edizioni del progetto stesso: 

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