Nuvole in viaggio è il primo video-podcast ideato e prodotto da Large Movements APS.
In ogni puntata analizziamo tre fumetti che trattano di una stessa tematica collegata al fenomeno migratorio. Parleremo di migrazioni economiche, migrazioni forzate, tratta degli schiavi e migrazioni ambientali. Per ciascuna opera che raccontiamo ne analizziamo il contesto storico-politico in cui si sviluppa nonché lo stile grafico adottato, sottolineando come mai questo sia efficace per veicolare il messaggio che si vuole trasmettere.
Nonostante il fumetto sia una delle forme di espressione più antiche – si pensi alle pitture rupestri dei primi uomini sapiens – tuttora è considerato da molti una forma artistica “secondaria” e comunque relegato alla trattazione di tematiche più “leggere”.
Con questo nuovo progetto invece, Large Movements APS vuole far conoscere ai propri ascoltatori storie narrate e rappresentate magistralmente, per le quali il ricorso al fumetto ha rappresentato un’ulteriore possibilità: quello di far capire a tutti, senza filtri ed in breve tempo, il contesto in cui migliaia di persone sono costrette a vivere veicolando tramite immagini, meno soggette a libera interpretazione, tutti i sentimenti e le emozioni di un popolo.
In questa quarta puntata, trattiamo il tema della migrazione climatiche e ambientali analizzando i seguenti fumetti:
- Gaia Blues di Gud
- Chernobyl: la zona di Francisco Sanchez e Natacha Bustos
- Climate Migrants: a graphic guide di Christina Hill e Ash Stryker
Ancora non hai visto la puntata?
Prima di lanciarti in questo approfondimento, ti consigliamo di recuperarla qui:
Che cosa sono le migrazioni climatiche o ambientali?
Quando parliamo delle migrazioni climatiche e ambientali ci riferiamo a tutte quelle migrazioni contraddistinte dalla necessità di partire a causa dei cambiamenti climatici o dell’ambiente in cui si vive.
Per “migrazioni climatiche o ambientali” intendiamo gli spostamenti temporanei o permanenti di persone, all’interno o oltre i confini nazionali, innescati da cambiamenti improvvisi (es. alluvioni) o graduali (es. siccità, erosione costiera) dell’ambiente a causa dei cambiamenti climatici o di disastri ambientali. Il clima e l’ambiente in questo caso agiscono come fattore che interagisce con cause socio‑economiche, politiche e culturali approfondendo le condizioni di vulnerabilità: non esiste mai un’unica causa.
Quali sono le principali cause dei cambiamenti climatici?
I cambiamenti climatici sono fenomeni complessi sia per quanto riguarda gli effetti che hanno sulle nostre vite, sia per le cause che ne provocano l’accelerazione.
Secondo il sesto rapporto di sintesi del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), l’organismo delle Nazioni unite responsabile di proporre la più avanzata scienza climatica, le attività umane hanno inequivocabilmente causato il riscaldamento globale accelerando i cambiamenti climatici attraverso l’emissione di gas serra.
Negli ultimi decenni le emissioni globali hanno continuato ad aumentare a causa dell’uso di energia non rinnovabile, dello sfruttamento intensivo del suolo, degli stili di vita e dei modelli economici con contributi diversi tra continenti, paesi e regioni dello stesso Paese.
In altre parole, i cambiamenti climatici sono una questione globale a cui tutti contribuiamo in modi diversi e da cui tutti siamo colpiti diversamente a seconda delle circostanze personali, sociali, economiche o geografiche.
Pertanto, in questo continuo scambio tra cause ed effetti, il problema dei cambiamenti climatici non è racchiuso solo nella quantità di emissioni che produciamo utilizzando l’automobile ma anche degli eventi estremi che colpiscono le comunità e in modo più feroce quelle che vivono ai margini delle nostre città, società e modelli economici.
Dunque le ferite che l’umanità sta lasciando sul pianeta in cui vive con altre specie non sono da ritrovarsi solo nell’innalzamento delle temperature o nello scioglimento dei ghiacciai ma anche nell’azione diretta che compie sui territori, spesso con ripercussioni sociali.
I territori, infatti, non sono spazi neutri e ognuno ha caratteristiche fisiche, biologiche, geografiche, politiche o economiche che sono in equilibrio. Una volta che questo equilibrio viene meno le persone possono trovarsi nella condizione di dover abbandonare la propria casa.
E dove vanno a vivere i migranti ambientali una volta maturata la decisione di andarsene?
La maggior parte di loro spesso non possiede risorse sufficienti per affrontare questa sfida e per questo lasciano le aree rurali per andare a vivere nelle grandi città.
L’idea è quella di trovare un lavoro per poter sostenere il proprio progetto di vita e per poter mandare i soldi ai familiari, eppure questa non è una vera scelta o una soluzione. I cosiddetti “nuovi arrivi” nella maggior parte dei casi devono vivere nelle aree più povere e marginali delle città a causa delle enormi disuguaglianze sociali e, in particolare nelle grandi megalopoli, spesso si trovano a popolare aree prive di servizi o veri e propri slum.
Questo senza contare le pratiche discriminatorie o razziste che si possono trovare ad affrontare anche se migrano nello stesso paese a causa di stereotipi o attriti su base etnica. Come se non bastasse la triste ironia per cui queste persone sono costrette a migrare nei luoghi che contribuiscono maggiormente alle emissioni globali, il rischio è che presto vengano espulse dai nuovi quartieri di abitazione a causa della gentrificazione e/o di fenomeni speculativi con la conseguenza che vengono costrette a spostarsi ancora più al margine.
Che cosa si intende per “razzismo ambientale”?
Con razzismo ambientale si vuole descrivere la situazione delle comunità in condizione di vulnerabilità e marginalità che spesso sono costrette a vivere in prossimità di aree inquinate e pericolose riferendosi all’impatto sproporzionato che subiscono a causa di decisioni e politiche pubbliche.
Il razzismo storicamente si è intrecciato con il colonialismo basandosi sull’idea di superiorità di una cultura su un’altra. Questo concetto è stato utilizzato per secoli dalle potenze coloniali per giustificare le proprie azioni affermando che le popolazioni indigene erano inferiori, incapaci di governarsi autonomamente e, pertanto, bisognose di essere “civilizzate”.
Questi sono alcuni dei temi da cui possiamo partire per riflettere su Climate Migrants: A Graphic Guide”, una graphic novel dove si raccontano le storie e le difficoltà di chi è colpito dalla crisi climatica ed è costretto ad abbandonare la propria casa mostrando l’intersezione tra temi ambientali e sociali.
APPROFONDIAMO LA STORIA
Cosa è successo a Chernobyl?
Il disastro nucleare di Chernobyl nel 1986 rese la città ucraina di Pripyat (all’epoca parte dell’Unione sovietica) una città fantasma. Chernobyl rappresenta uno dei due più gravi incidenti della storia dell’energia nucleare – insieme a quello di Fukushima in Giappone nel 2011. Questi sono gli unici ad essere classificati al settimo livello, il massimo, della scala di catastroficità INES (International Nuclear and radiological Event Scale).
La centrale nucleare di Chernobyl rappresentava una speranza per il futuro di oltre 50 mila abitanti della città di Pripyat perché in qualche modo dava lavoro e la possibilità di vivere una vita normale. Dal 1970, anno in cui si iniziò la costruzione della centrale, all’esplosione del 1986 la città crebbe nel numero di abitanti in quanto la qualità della vita era relativamente alta rispetto al resto dell’Unione sovietica.
L’impianto della centrale nucleare “Lenin” di Chernobyl era composto da quattro reattori in cui veniva convertita l’energia cinetica derivata dalla rottura di un nucleo di elementi pesanti come l’uranio in energia termica e successivamente elettrica. L’impianto di Chernobyl usava l’acqua per generare vapore dal calore delle reazioni per poi trasformarla in energia elettrica con la rotazione di una turbina. Per controllare le reazioni e interromperle si usavano delle barre metalliche che si inserivano nel reattore per assorbire l’energia cinetica. Si trattava di barre di boro ma per risparmio economico quelle utilizzate a Chernobyl avevano le punte di grafite.
La causa del disastro nucleare di Chernobyl fu sostanzialmente un test di sicurezza andato storto. Per testare il possibile utilizzo della spinta residua delle turbine per raffreddare la centrale in caso di blackout, gli addetti ai lavori avevano disattivato il sistema di raffreddamento di emergenza del nocciolo, dove avviene la reazione vera e propria.
Dopo quaranta secondi di test qualcuno di cui ancora non sappiamo nulla decise di fermare tutto anche se la reazione non si è interrotta. Il pulsante di emergenza fece scendere solo 18 delle 211 barre di controllo a disposizione della centrale perché gli addetti avevano deciso di estrarle ignorando gli standard di sicurezza.
Il boro avrebbe dovuto rallentare la reazione ma la punta di grafite per un istante l’accelerò generando una serie di esplosioni. Subito si cercò di intervenire per spegnere il reattore e inizialmente vennero gettate tra le 200 e le 300 tonnellate di acqua all’ora per una mezza giornata. Vista l’inefficacia dell’azione, si decise di versare oltre 5 mila tonnellate di boro, dolomite, sabbia, argilla e piombo sui reattori grazie agli elicotteri.
Il bilancio del disastro nucleare di Chernobyl è stato tra i più tragici della storia europea:
- 64 morti legati direttamente legati all’incidente;
- 134 ricoveri per gli effetti acuti della radiazioni, di questi 28 morirono nel primo mese;
- 600 mila persone coinvolte nella ricaduta radioattiva, di queste 20 mila contrassero tumori alla tiroide;
- oltre 300 mila sfollati a causa del disastro e delle zone di esclusione;
Le terre nei dintorni della centrale nucleare di Chernobyl dovevano essere una benedizione per le migliaia di persone che vi vivevano ma a causa del disastro divennero una maledizione per chi vi morì, per chi sopravvisse e per le generazioni seguenti.
Cosa sta accadendo in Amazzonia e quali sono le rivendicazioni dei popoli indigeni sudamericani?
Le popolazioni indigene dell’amazzonia brasiliana sono da lungo tempo sotto attacco a causa della politica nazionale degli ultimi decenni. Il 2020, durante il governo di Jair Bolsonaro, è stato l’anno peggiore per le Indigenous Land e Conservation Units dal 2008 con ben 188 000 ettari di foresta completamente distrutti nei territori appartenenti alle popolazioni indigene del Brasile.
Le mire del governo brasiliano sull’Amazzonia continuano a essere motivo di sfollamento e conflitto all’interno del Paese. Anche in occasione della COP30 di Belém, alle porte dell’Amazzonia e questa volta con Lula alla guida del governo, i popoli amazzonici hanno fatto irruzione nella sede dei negoziati per il clima per protestare e chiedere di trasformare la foresta nella prima zona di non proliferazione al mondo per la produzione dei combustibili fossili.
Solo qualche mese prima, a febbraio 2025, Lula aveva infatti esercitato pressioni sulle autorità di regolamentazione del Brasile affinché approvasse le trivellazioni esplorative vicino alla foce del Rio delle Amazzoni, nonostante queste avessero precedentemente espresso parere negativo.
Si tratta di una scelta che oltre ad espropriare i popoli indigeni delle proprie terre, a cui sono connessi intimamente perché da queste dipende il loro rapporto con l’universo, aumenta i rischi di queste comunità a subire violenza da parte delle multinazionali. Solo nel 2024 sono stati osservati più di 1.000 conflitti per la terra e le risorse in tutto il Brasile che hanno provocato 11 omicidi nel corso dell’anno.
Rimanendo in Brasile possiamo pensare come l’impatto dell’azione umana si registra anche in occasione dei grandi eventi come nel caso dei mondiali di calcio del 2014. Con l’assegnazione dei mondiali nel 2007, il Brasile inserì nei piani di sviluppo per l’evento la creazione di sette nuove strutture e la ristrutturazione di cinque stadi, tra cui lo storico Maracanã costruito in preparazione dei Mondiali del 1950. A questa assegnazione si aggiunse, nel 2009, quella delle olimpiadi di Rio De Janeiro del 2016 che rese ancora più urgente la necessità di infrastrutture nella città.
Fin dagli anni ‘50 il Maracanã era stato utilizzato come struttura polivalente, ma l’area intorno allo stadio progressivamente è caduta in rovina. In particolare nell’area c’era un edificio che fino al 1977 ospitò il museo dei popoli indigeni e che continuo a essere utilizzato dalle comunità. I membri di oltre 17 tribù indigene cominciarono a risiedere nell’area circostante lo stadio e nel museo in disuso trasformando il “Maracanã Village” in un rifugio informale per le tribù indigene sfollate.
Nel 2013 a causa dei grandi eventi in programma le forze di polizia circondarono il “Maracanã Village” con dei negoziatori inviati per sfrattare le tribù con la promessa di ricollocazione in una nuova struttura ancora da costruire e che in realtà non sarebbe mai stata costruita a causa della mancanza di fondi da parte del governo.
In breve tempo la polizia armata però fece irruzione nel complesso e iniziò a colpire gli indigeni nella struttura e chiunque fosse lì a sostenere la protesta contro lo sgombero. Una volta svuotata la struttura questa diede spazio all’espansione dello stadio lasciando di fatto le persone senza una casa. Lo sgombero resta emblematico del modello di grandi opere che espelle chi è in condizione di vulnerabilità.
Cosa è successo in Alaska e quali sono state le rivendicazioni dei popoli indigeni nordamericani?
Tra le storie raccontate in questa puntata, vi è quella dei popoli indigeni nordamericani e, in particolare, dell’Alaska occidentale. È il caso della tribù che vive nel villaggio di Newtok sulle rive del fiume Ninglick dove la popolazione indigena si è insediata oltre 2 mila anni fa instaurando nel tempo pratiche tradizionali e ancestrali.
Qui il leader della popolazione Yup’ik oltre vent’anni fa ha iniziato delle interlocuzioni col Governo per trovare una nuova sistemazione a circa 14 km di distanza, a Mertarvik. Nel 2024 la gran parte delle famiglie ha completato il trasferimento da Newtok a Mertarvik, in un processo iniziato anni prima e che rappresenta uno dei primi casi di ricollocazione climatica su larga scala negli Stati uniti.
Newtok infatti perde fino a 21 metri di terra all’anno a causa dell’erosione costiera e dello scioglimento del permafrost causati dai cambiamenti climatici, rendendo impossibile continuare a vivere lì.
Per completare la ricollocazione del villaggio, Newtok ha speso oltre 160 milioni di dollari per il trasferimento e ha dovuto portare avanti un complesso lavoro burocratico con il Governo federale degli Stati Uniti d’America. Il processo di ricollocazione è stato infatti complicato dalla necessità di negoziare scambi di terreni con il governo federale (che possiede il 60% della terra dell’Alaska) e dall’approvazione del Congresso tenendo in considerazione che ad oggi non esistono fondi federali specificamente destinati a queste attività.
Ora c’è da dire che l’Alaska è stato per millenni il territorio di numerosi popoli da lingue e tradizioni diverse tra loro che nel tempo hanno costruito un sistema di sussistenza basato su rituali culturali complessi in ascolto e in equilibrio con l’ecosistema. Nel settecento però i russi arrivano in queste terre per il commercio della lontra marina e la Russian-American Company inizia a imporre tributi, leva obbligatorie e atti coercitivi mentre diffondeva la chiesa ortodossa. In ogni caso l’impatto più devastante è sanitario: epidemie portate dall’Eurasia riducono drasticamente la popolazione, in alcune aree con perdite altissime nelle prime generazioni di contatto.
Nel 1867 inizia l’americanizzazione dell’Alaska quando gli Stati Uniti comprarono le terre dai Russi. Da lì in poi ci fu la corsa all’oro che portò alla nascita di numerose città per lo sfruttamento intensivo della risorsa. A queste si aggiunsero le missioni cristiane che portarono avanti delle vere e proprie politiche di assimilazione attraverso cui si vietavano lingue e pratiche tradizionali.
Durante questo periodo si diffusero pratiche discriminatorie e di segregazione razziale nelle strutture e nei servizi pubblici. Quanto stava accadendo in Alaska portò gli indigeni a mobilitarsi e a riunirsi nel 1912 nella Alaska Native Brotherhood, a cui dopo tre anni si aggiunse la Alaska Native Sisterhood. I movimenti indigeni raggiunsero una prima vittoria con l’Alaska Equal Rights Act del 1945.
La scoperta del petrolio a Prudhoe Bay nel 1968 e la costruzione della Trans‑Alaska Pipeline nel 1977 contribuirono al boom economico del paese ma aumentarono le disuguaglianze, anche a causa di incidenti petroliferi come quello della Exxon Valdez (1989) e di conflitti ricorrenti su aree come l’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR). In tutto ciò l’Alaska Native Claims Settlement Act del 1971 sostanzialmente chiude le rivendicazioni fondiarie indigene in cambio di 44 milioni di acri e 963 milioni di dollari. Sulla base di questo atto vengono create 13 Alaska Native Regional Corporations, un modello simile a quello delle “riserve” degli Stati uniti con un impostazione più “aziendale” e meno sovranità territoriale. Il caso dei popoli indigeni dell’Alaska e del villaggio di Newtok ci mostrano come dopo due secoli di colonialismo, una volta raggiunta una situazione relativamente stabile, questi stessi popoli si trovano ad affrontare i costi di una crisi climatica a cui non hanno contribuito, se non per una piccolissima parte.
Il fenomeno dell’erosione costiera è anche uno degli esempi che racconta la complessità della crisi climatica con fenomeni a lenta insorgenza che piano piano rendono inabitabile le terre dove queste persone vivono. Altri esempi simili sono le isole della Repubblica del Kiribati che stanno sparendo o la storia degli agricoltori cinesi che vivono vicino al deserto del Gobi che di anno in anno si sta espandendo. Fenomeni molto diversi per tempistiche e caratteristiche ma che hanno gli stessi effetti del ciclone Idai che ha colpito il Mozambico nel 2019 lasciando milioni di persone senza casa e lavoro data la distruzione dei campi agricoli, senza contare la contaminazione dell’acqua che ha diffuso il colera.
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Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment


