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I Fili dell’#Odio: il documentario per capire l’odio online

Fili dell'#odio

“I fili dell’#Odio” è il primo documentario dedicato all’odio online che mette in luce diverse questioni, tra cui quelle relative all’Hate speech e all’Hate crime. “I Fili dell’#Odio” è un viaggio dentro la rete prodotto da Zerostudio’s e cooperativa Il Salto, con la regia di Valerio Nicolosi ed il contribuito di Michele Santoro.  Questa docu-inchiesta è stata curata da Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito.

Il documentario: un manuale per districare la matassa dell’Odio online

Non ci basta mettere le persone in connessione, bisogna far sì che tutti si esprimano in maniera corretta. Non bisogna solo fornire alle persone un controllo delle informazioni ma bisogna anche proteggerle. Cose che non siamo riusciti a fare

(Mark Zuckerberg, Amministratore delegato di Facebook Inc.)

Con questa frase si apre il documentario “I fili dell’#Odio” e focalizza fin da subito un fenomeno con cui la nostra società si fronteggia ogni giorno, quello dei Social Network. La frase di Zuckerberg sembra quasi un’ammissione di sconfitta ma, dai giorni dell’audizione di fronte al congresso degli Stati Uniti, poco è cambiato e poco è stato fatto dall’impresa statunitense. Da qui nasce l’esigenza di un documentario come questo. “I fili dell’#Odio” cerca infatti, di sciogliere quella matassa molto intricata dell’odio online cercando di rispondere alla domanda “perché c’è odio?”. Con questo obiettivo ben chiaro in mente, il documentario tratta i temi delle “centrali di Odio” e del funzionamento dei Social utilizzando come motore dell’opera la domanda “cosa si odia?”. In questo modo il documentario riesce, inoltre, a trattare i temi della misoginia, del razzismo e dell’antisemitismo.

“I fili dell’#Odio” cerca di offrire uno spaccato della realtà dei social senza rimanere astratto, ma spiegando il reale effetto sulla vita delle persone. I social infatti, secondo l’intervento di Matteo Flora, hanno la capacità di generare più facilmente “odio” in quanto la distanza fisica ci dà maggiore libertà di fare del male all’altra persona perché non la vediamo soffrire negli occhi. Ciò accade soprattutto quando una persona percepisce il proprio pensiero/pregiudizio come messo in pericolo, o messo in dubbio, ed attacca chi sente completamente distante dai propri valori fondamentali. Dal documentario emerge che i metodi per creare consenso, estremizzando i valori e/o sentimenti e/o le percezioni comuni ad una fetta di popolazione, sono meccanismi sottili e socialmente più accettabili rispetto alla violenza tipica dell’estrema destra. Detti meccanismi infatti, non prevedono un coinvolgimento pubblico e diretto della persona, bensì si limitano a diffondere sistematicamente delle fake news create ad arte, al fine di dar vita ad una nuova narrazione, completamente diversa dalla storia originale. Questa narrazione viene poi amplificata da quelle che spesso vengono definite come “Centrali di Odio” o “Centrali di propaganda”. Queste “centrali” offrono un servizio: tecnicamente qualsiasi persona può rivolgersi ad esse per comprarlo al fine di diffondere il messaggio che vuole. 

Ma cosa sono con esattezza queste “Centrali di Odio”?

Il loro modus operandi viene ben spiegato dall’intervento di Alex Orlowski. Generalmente si utilizzano tanti account sia reali (di persone più o meno influenti), sia fasulli. Quando parliamo di account fasulli ci riferiamo a:

  •  Bot: programmi che accedono ad internet ed ai social utilizzando gli stessi canali degli utenti e che interagiscono con loro, i quali credono di star comunicando con una persona in carne ed ossa. Questi bot negli ultimi anni, stanno migliorando sempre di più tanto che è diventato quasi impossibile ad un occhio non esperto distinguerli dalle persone;
  •  Metodo del “Sockpuppet”: si tratta della pratica della creazione di un account aggiuntivo da parte di un membro già iscritto ad una comunità di Internet (ad esempio Twitter). In questo caso un utente può creare svariati profili e gestirli facilmente dalla stessa App (ad esempio su Twitter è possibile fare il login con diversi account e passare da uno all’altro senza dover inserire ogni volta nome utente e password). Lo scopo è quello di utilizzare tutti gli account per targettizzare o attaccare una persona od un determinato argomento, creando così la falsa percezione che si tratti dell’espressione di un sentimento corale. Solitamente questi attacchi sono condotti da vari individui, tutti ricorrenti al metodo in commento. Queste persone si coordinano attraverso Telegram – che garantisce maggiormente l’anonimato, trattandosi di una app di messaggistica istantanea criptata – scegliendo l’argomento o la persona da attaccare e/o da trattare ed il momento in cui farlo così da sembrare che migliaia di persone stiano parlando di quel tema. Il fine è quello di aumentare le interazioni su un determinato contenuto in modo che l’algoritmo classifichi quell’argomento come “di tendenza”, mostrandolo così tra i primi post sui Social.

In generale, siano essi Bot o ricorrenti al metodo Sockpuppet, tutti questi account – e gli individui che li gestiscono – hanno la funzione di raccontare una storia e supportare la narrazione generale che si vuole diffondere.

Il documentario ospita diversi protagonisti che analizzano il fenomeno dell’odio online da diverse prospettive. I vari interventi vengono arricchiti dalle letture di tweet, post e video che vengono condivisi nei social. Infine gli intermezzi e la musica sono studiati magistralmente per permettere l’immedesimazione con i contenuti trattati siano essi legati alla violenza, all’odio o alla propaganda nazifascista.

Come nasce l’odio: protagonisti e antagonisti nella narrazione online

“I fili dell’#Odio” ha come principale effetto sullo spettatore quello di far riflettere su come nasce l’odio online. La riflessione su questo tema è importante in un contesto fragile come quello della società Italiana, in cui il tema della sicurezza è costantemente al centro delle campagne elettorali e politiche. Occorre prima di tutto specificare che esistono diversi tipi di sicurezza: quella esistenziale (legata, ad esempio, alla volatilità del sistema economico od alla perdita del lavoro); quella cognitiva (legata alla perdita di fiducia nelle istituzioni); quella personale (legata generalmente all’incolumità del corpo). Le prime due non sono controllabili direttamente dal singolo e vengono percepite come astratte e lontane, aumentando l’insicurezza e l’ansia in relazione alla sicurezza personale, percepita più vicina ed immediata. Ciò contribuisce al diffondersi tra la società di un sentimento di ansia collettiva che si concretizza in una falsa percezione di una minaccia generalizzata alla società. Una minaccia che non ha volto. Per comprendere come si crea una narrazione, semplificando, possiamo far riferimento a tre elementi fondamentali di ogni storia: l’eroe, l’antagonista e il movente.

In questo contesto di paura ed emotività generalizzata si erge un “Eroe” che si mostra come il difensore della moralità sociale. L’Eroe quindi crea un’immagine, un personaggio o un argomento per “dare un volto” alla minaccia percepita dal singolo e che agisca come valvola di sfogo per l’ansia e la frustrazione della comunità alla quale l’Eroe si rivolge. Conseguentemente i seguaci dell’eroe, dal momento che hanno un estremo bisogno di dar sfogo alle proprie paure legate alla sensazione che la propria sicurezza personale sia sotto attacco, non cercheranno di comprendere se vi siano fondamenta reali ed oggettive alle notizie che vengono diffuse, basta che le stesse diano una “spiegazione” ai loro sentimenti e consentano loro di sfogare le paure. All’Eroe, d’altra parte, interessano solamente ed esclusivamente queste reazioni emotive così da stabilire una connessione empatica con i propri seguaci.

Ogni Eroe ha un antagonista con cui scontrarsi. Un antagonista, per essere tale, deve incutere paura (per le motivazioni più disparate) e possedere caratteristiche che possono suscitare lo sdegno di un determinato tipo di persone. Tali caratteristiche possono essere: l’orientamento sessuale, religioso, ideologico, o il genere. Si tratta di caratteristiche che stridono con gli ideali e i valori della comunità di cui “l’Eroe” è diventato il punto di riferimento, il campione.

Per dare vita ad una storia serve il movente, la semplice lotta tra l’Eroe e l’Antagonista non basta. Serve l’elemento che emoziona e crea empatia con lo spettatore. Quell’elemento è generalmente percepito come la causa della lotta. Nelle grandi storie, o nei grandi spettacoli, ci si batte sempre per qualcosa che influisce sui valori fondanti del vivere sociale e/o sui vari aspetti importanti per il benessere individuale: la salute, il lavoro, la famiglia, i bambini, il futuro, ecc. Nel tipo di narrazione di cui stiamo trattando, il movente della lotta è espresso dall’Eroe e diffuso attraverso la creazione ad arte di Fake news: contenuti studiati appositamente per un tipo di pubblico e distorti al fine di generare una forte risposta emotiva. Nel caso di specie quindi, la Fake news tratterà sempre di attentati ai valori fondamentali della comunità dell’Eroe; attentatiche i seguaci dell’Antagonista verranno accusati di perpetrare contro sfere della vita privata dei seguaci dell’Eroe.

L’Eroe, l’antagonista e il movente della storia sono quindi gli elementi più basilari della narrazione e la narrazione è uno degli aspetti fondamentali delle comunità umane.

Calando questi tre elementi caratteristici di qualsiasi narrazione all’interno del tema dell’Hate Speech e contestualizzandolo geograficamente in Italia, esempi concreti di antagoniste possono essere considerate Laura Boldrini – che diventa “l’artefice dell’immigrazionismo” – o di Liliana Segre – che diventa la “portavoce del liberticida potere ebreo rosso”. In altre parole, nel nostro caso, questi personaggi pubblici assumono dei ruoli funzionali alla narrazione dell’Eroe che “lotta contro le minacce anti-italiane”. Ed è proprio tramite la figura di Liliana Segre che possiamo toccare con mano gli effetti beceri e brutali che l’hate speech produce nella società: siamo di fronte ad una sopravvissuta ai drammi dell’olocausto che si trova nuovamente oggetto di una narrazione d’odio, vuota di ogni vero significato ideologico e volta meramente all’ottenimento di consenso. Una donna che ha lottato per la sopravvivenza e che ha resistito durante la terribile “Marcia della morte” solo perché “pazzamente attaccata alla vita, qualunque essa fosse”, viene annichilita, denigrata e annullata per una seconda volta. Viene oggettivizzata politicamente e viene percepita come una donna ebrea con “sguardo, naso, bocca, viso e rughe da ebrea” e, per il semplice fatto di essere ebrea, come una donna che odia l’Italia e i diritti degli italiani.

Riflettere sui social

“Se hai le capacità tecniche e conosci bene i social, sai come sfruttarli a tuo favore” dice Alex Orlowski nel documentario. I Social sono stati creati allo scopo di favorire la socializzazione tra le persone ma hanno via via intercorso una via diversa: sono utilizzati per catturare l’attenzione dell’individuo, sempre più difficile da intrattenere nella vita reale. Tendenzialmente infatti, chiunque passi del tempo sui social lo fa con l’intenzione di vedere contenuti che reputa interessanti. Per soddisfare questa necessità dunque, l’algoritmo che gestisce il social seleziona e ripropone contenuti simili a quelli con cui si è interagito di più.

Qual è il rischio di un sistema che si basa sulla riproduzione di contenuti identici, senza possibilità di contraddittorio? Il rischio è che, in questo modo, l’utente fruisca sempre delle stesse informazioni, consolidando le proprie credenze ed i propri valori, del tutto ignaro dell’esistenza di altri punti di vista. Conseguentemente l’utente è portato a credere solo alle fonti che confermino le proprie convinzioni in quanto le legittimano, indipendentemente dalla genuinità delle fondamenta che le stesse possano avere. Spesso infatti, queste convinzioni si basano su idee complottistiche, prive di qualsiasi oggettività scientifica e completamente ideologicamente orientate. Ed è proprio questa forte connotazione ideologica che contribuisce alla diffusione di questi “valori falsati”, rafforzandoli, all’interno della cerchia dei seguaci dell’Eroe.

Ogni giorno è sempre più preoccupante l’ondata di xenofobia, razzismo, pregiudizio, misoginia e odio in Italia e, come spiegato dall’intervento di Silvia Brena, in concomitanza ai picchi di aggressività online, aumentano i casi di violenza e di femminicidio. In questo senso si crea un passaggio dall’Hate speech (“discorso d’odio”) all’Hate crime (il crimine d’odio) come viene ben sintetizzato dall’espressione utilizza da Michela Murgia: “le parole generano gesti”. Occorre domandarsi come poter fronteggiare al meglio questo problema così da trovare soluzioni pratiche, non più rimandabili in quanto la diffusione di questo tipo di narrazione sta producendo degli effetti concreti anche dal punto di vista politico. Per un partito infatti è molto più facile – ed utile in quanto è un meccanismo che porta voti – assumere il ruolo di Eroe e sfruttare il disagio percepito e l’emotività della comunità piuttosto che confutare queste percezioni che sono diventate un vero e proprio credo grazie all’elemento aggregativo offerto dai Social, rischiando di perdere così importanti fette di consenso.

Vedi il documentario e parliamo insieme!

Il documentario si pone l’obiettivo – e lo raggiunge ampliamente – di affrontare in maniera organica e completa il tema dell’odio online. Uno dei meriti di “I fili dell’#Odio” è quello di riportare l’attenzione sull’odio online analizzandone la sua valenza sociale, democratica e politica.  Noi di Large Movements vi invitiamo a vedere “I fili dell’#Odio” (disponibile gratuitamente solo fino al 16 dicembre) ed a farci conoscere la vostra opinione sull’odio online e/o a comunicarci i vostri suggerimenti per arginare questo fenomeno utilizzando la nostra sezione commenti in fondo all’articolo.

I Protagonisti (in ordine di apparizione) del documentario sono Michela Murgia, scrittrice; Alex Orlowski, esperto di propaganda online e di analisi Osint; Matteo Flora, esperto di reputazione online; Silvia Brena, co-fondatrice di “Vox – Osservatorio italiano sui diritti”; Laura Boldrini, deputata; Ada Colau , sindaca di Barcellona, Steven Forti, storico e ricercatore; Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo; Martin Gak, filosofo e giornalista; Tomasz Kitlinski, filosofo, attivista, docente dell’università “Marie Curie Sklodowska”.

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Rainer Maria Baratti

Vice-presidente Large Movements APS | Climate Change e Migration Specialist | Dottore in Relazioni Internazionali | Blogger in Geopolitica, Geoeconomia e tematiche Migratorie | Referente LM Environment

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