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AIUTIAMOLI A CASA LORO: seconda puntata di Nuvole in Viaggio

Nuvole in viaggio è il primo video-podcast ideato e prodotto da Large Movements APS. 

In ogni puntata analizziamo tre fumetti che trattano di una stessa tematica collegata al fenomeno migratorio. Parleremo di migrazioni economiche, migrazioni forzate, tratta degli schiavi e migrazioni ambientali. Per ciascuna opera che raccontiamo ne analizziamo il contesto storico-politico in cui si sviluppa nonché lo stile grafico adottato, sottolineando come mai questo sia efficace per veicolare il messaggio che si vuole trasmettere. 

Nonostante il fumetto sia una delle forme di espressione più antiche – si pensi alle pitture rupestri dei primi uomini sapiens – tuttora è considerato da molti una forma artistica “secondaria” e comunque relegato alla trattazione di tematiche più “leggere”.

Con questo nuovo progetto invece, Large Movements APS vuole far conoscere ai propri ascoltatori storie narrate e rappresentate magistralmente, per le quali il ricorso al fumetto ha rappresentato un’ulteriore possibilità: quello di far capire a tutti, senza filtri ed in breve tempo, il contesto in cui migliaia di persone sono costrette a vivere veicolando tramite immagini, meno soggette a libera interpretazione, tutti i sentimenti e le emozioni di un popolo.

In questa seconda puntata, trattiamo il tema delle migrazioni forzate a causa di guerre e/o persecuzione e lo facciamo analizzando i seguenti fumetti:

  • Persepolis di Marjane Satrapi 
  • Maus: racconto di un sopravvissuto di Art Spiegelman
  • Mediterraneo di Sergio Nazzarro e di Luca Ferrara 

Ancora non hai visto la puntata? 

Prima di lanciarti in questo approfondimento, ti consigliamo di recuperarla qui

APPROFONDIAMO LE DEFINIZIONI

Differenza tra migrazione interna e deportazioni

Quelli di migrazione interna e deportazione sono due concetti antitetici ma li esaminiamo nella stessa sezione per sottolinearne ulteriormente le differenze.

Si parla di deportazione quando si verificano contemporaneamente le seguenti condizioni:

  • viene impedito a larga parte della popolazione (che viene percepito “diverso” dal gruppo dominante per motivi razziali, etnici, politici o religiosi) di godere dei diritti civili e politici;
  • viene operato un trasferimento coatto e forzato verso un luogo di detenzione diverso dalla propria patria.

In altre parole, la deportazione è uno strumento di restrizione della libertà personale e proprio per questa caratteristica si differenzia dal confino e dall’esilio – istituti questi dove vige un mero obbligo di soggiorno presso un Paese terzo oppure un divieto di soggiorno nel territorio nazionale, senza ulteriori forme di limitazione della propria libertà.

Sebbene storicamente le prime testimonianze di deportazioni risalgono al 542 a.C., è solo con l’avvento del XX secolo che queste vengono utilizzate come strumenti di perpetrazione di genocidi.

Ben diversa dalla deportazione è invece la migrazione interna

Con questo termine infatti si indica il movimento delle persone all’interno dei confini del Paese, quindi i migranti interni sono persone che si trasferiscono da un Comune ad un altro.

Le motivazioni dietro alla decisione di spostarsi rimanendo all’interno del Paese, sono spesso di tipo economico o educativo. 

Proprio per la mancanza di costrizione nello spostamento e per la forte differenza nelle motivazioni, la migrazione interna non può mai essere equivocata con la deportazione. 

Operazioni SAR e morti in mare

A differenza di quelle esaminate nel paragrafo precedente, queste due definizioni sono direttamente correlate tra loro. 

E’ proprio per ridurre e contrastare le morti in mare che nel 1979 è stata siglata la Convenzione Internazionale sulla Ricerca ed il Salvataggio Marittimo (anche nota come SAR, dall’inglese “search and rescue), che è entrata in vigore nel 1985.

Questo perché quella delle morti in mare è una tipologia di incidenti che esiste sin da quando l’umanità ha iniziato ad utilizzare mezzi navali per spostarsi e la comunità internazionale si è quindi data delle linee guida per fronteggiare il problema. 

Dal 2015 in poi però, il termine “morti in mare” ha iniziato a rappresentare nell’immaginario collettivo un fenomeno più specifico ed in continua crescita .

Il 2015 è l’anno infatti, in cui l’Europa è stata interessata da numeri impressionanti e mai visti prima relativi agli sbarchi di migranti in fuga da guerre, dittature, povertà e/o cambiamenti climatici. 

Molto spesso i migranti viaggiano in barche di fortuna, non adeguate al numero di persone che ci sono stipate, guidate da chi non ha alcuna competenza navale e costrette a salpare anche in condizioni di meteo avverso. 

Il Mediterraneo Centrale – ossia il tratto di Mar Mediterraneo che separa la Libia dall’Italia – è ad oggi, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), la rotta migratoria più letale al mondo, dove ogni anno migliaia di persone rischiano la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Secondo l’ultimo report dell’OIM pubblicato ad aprile 2025, dal 2014 ad oggi sono morte o scomparse oltre 28mila persone nel Mediterraneo, la maggior parte delle quali proprio nel Mediterraneo centrale.

Numeri questi, continua il report, che sono “immensamente sottostimati” per una serie di ragioni, tra cui:

  • la mancata registrazione di molti naufragi; 
  • l’impossibilità di monitoraggio continuo e costante delle acque;
  • la mancanza di un sistema di soccorso efficiente.

Molte persone quindi non muoiono a causa delle difficoltà del viaggio bensì per l’assenza dei soccorsi in tempi utili. Per questi motivi si stima che i “naufragi invisibili” potrebbero essere centinaia se non migliaia.

Nel tentativo di ridurre e contrastare questi numeri, la comunità internazionale è partita proprio dalla già citata Convenzione Internazionale sulla Ricerca ed il Salvataggio in mare.

Il testo sanciva che ciascun Paese dovesse definire le proprie zone SAR, ossia le aree geografiche marittime all’interno delle quali un determinato Stato ha l’obbligo di intervenire e coordinare i soccorsi in caso di emergenze in mare, pur senza esercitare sovranità su di essa. L’obiettivo di queste zone è quello di garantire un sistema globale di coordinamento per assistere le persone, con efficienza e tempestività. 

Nella zona maggiormente interessata dai naufragi degli ultimi anni, il Mediterraneo Centrale, le aree SAR sono quattro: quella italiana, quella maltese, quella libica e quella tunisina.

Le ultime due sono state costituite rispettivamente nel 2017 e nel 2024, ossia dopo che questi Paesi hanno siglato degli accordi bilaterali con l’Italia.

Malta invece ha una zona SAR più esigua rispetto a quella italiana, alla quale in piccola parte si sovrappone, ma si sottolinea come non sempre lo Stato coordini le operazioni di ricerca e soccorso. Per di più, il governo dell’isola, non avendo siglato gli accordi specifici, si sottrae all’obbligo di garantire un luogo sicuro ai naufraghi nella sua area di competenza. 

Anche le zone SAR libiche e tunisine non sono scevre da problemi dal momento che i Paesi nordafricani mancano di capacità di coordinamento e gestione delle operazioni di soccorso e che la loro Guardia Costiera (finanziata dall’UE e dall’Italia) è spesso state accusata di violare i diritti umani dei migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo. Ecco perché Libia e Tunisia non possono essere considerati porti sicuri. 

Indipendentemente da chi sia lo Stato responsabile di coordinare i soccorsi, una volta che si registra un naufragio in mare, prende il via l’Operazione SAR che, per tutto quanto detto in precedenza, possiamo definire: un insieme di operazioni finalizzate al ritrovamento ed al soccorso di persone in pericolo, che vedono coinvolte organizzazioni civili, militari (come la Guardia Costiera) e di volontariato e che possono coinvolgere una serie di risorse – tra cui navi, elicotteri e squadre di soccorso marittimo e terrestre.

APPROFONDIAMO LA STORIA

La rivoluzione iraniana in pillole e la sua eredità attuale

La rivoluzione in Iran è scoppiata nel gennaio del 1978 e si è protratta per poco più di un anno, fino al febbraio 1979, risultando nella trasformazione del Paese da una Monarchia in una Repubblica Islamica Shiita, la cui costituzione si basa sulla legge coranica.

Il governo del Paese fino a quel momento era nelle mani dello scià Mohammad Reza Pahlavi, che fu fortemente criticato perché utilizzò la maggioranza delle risorse economiche del Paese per realizzare un regno dal carattere nazionalista ed autocratico. 

Contemporaneamente però, lo scià puntava a modernizzare la società. Questo gli attirò le ire del clero sciita, dal momento che questi iniziò a varare una serie di profonde riforme sociali ed economiche, con l’obiettivo ultimo di trasformare l’Iran in una moderna potenza industriale. Riforme che però, lo scià fece attuare ricorrendo spesso e volentieri alla repressione ed alla violenza.

Di particolare rilievo in questo periodo, sono le riforme, anche se parziali, dei diritti delle donne: viene imposto loro di non portare più il velo ma non viene concesso il diritto di voto; vengono ammesse all’Università ma non vengono aboliti i privilegi maschili che costellavano il diritto matrimoniale e di famiglia.

Gli effetti ultimi di queste riforme furono sostanzialmente due:

  • processo di modernizzazione superficiale ed indirizzato ad un’esigua fascia della popolazione;
  • aumento esponenziale del potere dell’esercito, rafforzato affinché potesse sostenere le politiche dello scià.

Esasperata dalle continue repressione, la popolazione iraniana che si opponeva al regime si riunì attorno alla figura dell’Ayatollah (titolo di grado elevato che viene concesso a chi ricopre ruoli apicali all’interno del clero sciita) Khomeyni – che si trovava in esilio a Parigi dal gennaio del 1963 per aver aspramente criticato lo scià.

L’opposizione alla monarchia riuniva persone di appartenenza politica e fede differenti – c’era chi era di ispirazione religiosa, chi marxista e chi nazional-liberale. Per meglio distinguersi tra i vari sottogruppi, i loro membri si vestivano tutti nella stessa maniera e, con riferimento alla capigliatura, da un lato gli uomini adottavano lo stesso taglio di capelli e di barba, dall’altro le donne indossavano o meno il velo.

I primi a guidare le proteste furono i Fedayyin-e khalq ossia i “volontari del popolo”, di ispirazione islamo-marxista e che ben presto si unirono ai mujaheddin islamici con l’intento di convincere un numero sempre più ampio di popolazione ad unirsi alle proteste.

Sebbene sembri una collaborazione “strana”, quella tra marxisti e religiosi, va sottolineato come, essendo il Paese era ben avviato verso la laicizzazione e la modernità, i primi erano erroneamente convinti di poter gestire e limitare il potere del clero sciita. L’applicazione della legge islamica, infatti, sembrava un’ipotesi veramente lontana e di difficile realizzazione.

Ben presto tuttavia, il clero divenne l’unico riferimento della rivolta, marginalizzando sempre di più – fino ad eliminare del tutto – i gruppi di ispirazione politica.

Fu con il ritorno in patria dell’Ayatollah Khomeyni il 31 gennaio 1979, che la rivoluzione subì la svolta definitiva verso il fondamentalismo religioso. 

Il 30 marzo 1979 infatti, con un Referendum si sancì la nascita della Repubblica Islamica e furono subito varate una serie di politiche grandemente repressive dello stile di vita adottato fino a quel momento in Iran, tra cui:

  • messa al bando di bevande alcoliche, gioco d’azzardo e prostituzione;
  • avvio delle persecuzioni nei confronti degli omosessuali;
  • pena di morte per stupro, adulterio e per chiunque adottasse comporamenti contrari alla legge islamica

Ma le riforme più repressive furono destinate a limitare grandemente la condotta e la vita pubblica delle donne

Fu imposto loro di coprire braccia e gambe, di non indossare abiti succinti, di coprirsi sempre il capo con un velo e nascondere completamente i capelli. Fu proprio quest’ultima restrizione ad aver portato all’omicidio di Mahsa Amini il 16 settembre 2022, che a sua volta ha dato il via ad un’enorme ondata di proteste per i diritti civili e sociali che scuote ancora oggi il Paese, nonostante gli svariati tentativi di strumentalizzazione delle richieste della piazza da parte del mondo occidentale.

La Guerra tra Iran ed Iraq in pillole e gli strascichi della Guerra Fredda 

Questa guerra è una delle più sanguinose combattute nella regione, che ha poi posto le basi per un’instabilità duratura, i cui effetti sono visibili ancora oggi.

Il conflitto si sviluppa nell’arco di otto anni: dal settembre 1980 all’agosto 1988.

L’avvio delle ostilità fu sancito dall’invasione irachena dell’Iran, avvenuta del tutto a sorpresa e senza alcuna formale dichiarazione di guerra.

L’Iraq infatti voleva sfruttare al massimo le conseguenze dirette della Rivoluzione iraniana: la scomparsa dell’esercito di professione, che era stato congedato dalla nuova élite al potere, e la detenzione o l’esilio dell’intero stato maggiore, ritenuto fedele al vecchio scià.

Questa invasione avviene al culmine di una lunga storia di dispute di confine, esacerbate dall’ascesa al potere in Iran del clero sciita a seguito della Rivoluzione Islamica. 

Con l’affermarsi dell’Ayatollah Khomeyni come leader indiscusso dell’Iran, infatti, gli attriti con il dittatore iracheno Saddam Hussein aumentarono a causa delle differenze tra le due forme di governo: in Iraq vigeva una dittatura laica; in Iran si affermò una repubblica islamica sì illiberale ma multipartitica.

Per di più, l’Iraq aveva negoziato fino ad allora con lo scià per la cessazione del sostegno iraniano alle attività indipendentiste dei curdi iracheni e per una gestione moderata del clero sciita – in Iraq in quel periodo la minoranza sunnita era dominante, nonostante la maggioranza della popolazione fosse sciita. Con la presa del potere da parte degli sciiti in Iran dunque, questi equilibri di potere furono completamente sbilanciati.

Data la smisurata importanza strategica e commerciale dei due Paesi, sia Stati Uniti che Unione Sovietica intervennero pesantemente ma sempre indirettamente nel conflitto, fornendo alle parti in campo armi e munizioni. 

Partiamo dall’Iraq di Saddam Hussein.

Nel 1983, gli Stati Uniti si schierarono a suo favore, riprendendo le relazioni diplomatiche che Washington aveva interrotto nel 1967 a seguito della cosiddetta guerra dei sei giorni contro Israele. Dal 1984 infatti, iniziarono ad inviare consiglieri militari, fornire supporto di intelligence e materiali “a doppio uso” (=civile e militare). Quest’ultimo veniva fornito da aziende private made in USA che riuscirono ad evadere l’embargo delle armi imposto dal Congresso.

L’Unione Sovietica invece, giocò una partita ben meno lineare di quella statunitense: se da un lato forniva direttamente aiuti militari all’Iraq, dall’altro faceva arrivare all’Iran armi e munizioni tramite la Siria.

Ma USA ed URSS non furono le uniche Nazioni ad intervenire pesantemente nel conflitto.

A fornire aiuti militari all’Iraq di Saddam, furono anche i Paesi firmatari del Patto di Varsavia (Polonia, Germania dell’Est, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria ed Albania), l’Egitto, la Francia, l’Italia, la Gran Bretagna e la Germania dell’Ovest. Quest’ultima fornì al Paese del Golfo Persico elementi utili per fabbricare armi chimiche, che vennero utilizzate ampiamente sia per reprimere i curdi iracheni, sia per attaccare truppe e civili iraniani.

Anche i Paesi arabi del Medio Oriente supportarono l’Iraq, specialmente: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Giordania.

Menzione a parte merita il Sudan, che fornì all’Iraq proprie truppe militari.

E l’Iran su chi poteva contare?

Contrariamente a quanto si penserebbe analizzando l’attualità geopolitica, Israele fu il maggior alleato dell’Iran durante la Guerra contro l’Iraq.

Probabilmente perché animato dai propri dissapori contro la nazione guidata da Saddam, Israele ha fornito all’Iran – per tutta la durata del conflitto – armamenti pari ad un valore di almeno €100 milioni, prelevandoli dai depositi delle industrie militari israeliane, dalle dotazioni delle proprie forze armate, ma anche dai trafficanti di armi e finanzieri israeliani. 

Un’inchiesta del The New York Times del 1982, rivelò che, dai documenti in suo possesso, emergeva che Israele aveva fornito la metà se non di più delle armi destinate a Teheran nei 18 mesi precedenti.

Ma la situazione divenne ancora più complicata quando, nel 1986, alcuni esponenti dell’amministrazione statunitense iniziarono a vendere segretamente all’Iran importanti forniture militari. Con i proventi della vendita, detti funzionari creavano poi dei “fondi neri” che gli USA utilizzarono per finanziare i guerriglieri ingaggiati nella guerra civile in Nicaragua. 

Questa vendita era in aperta violazione con una serie di delibere del Congresso degli Stati Uniti, che vietavano sia di intervenire nella guerra civile nicaraguense sia di fornire armi ad entrambe le parti impegnate nel conflitto Iran-Iraq.

Nemmeno l’intervento massiccio di attori esterni, poté scongiurare lo stallo che si stava per delineare: dopo una prima serie di successi da parte dell’Iraq, infatti, la guerra si trasformò ben presto in una guerra di posizione.

Questa guerra si concluderà otto anni più tardi con la morte di oltre 1 milione di persone.

La Risoluzione ONU n. 598 fu accettata da entrambi i Paesi perché ridotti allo stremo.

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