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LIBERE DA CHE? Terza puntata di Nuvole in Viaggio

Nuvole in viaggio è il primo video-podcast ideato e prodotto da Large Movements APS. 

In ogni puntata analizziamo tre fumetti che trattano di una stessa tematica collegata al fenomeno migratorio. Parleremo di migrazioni economiche, migrazioni forzate, tratta degli schiavi e migrazioni ambientali. Per ciascuna opera che raccontiamo ne analizziamo il contesto storico-politico in cui si sviluppa nonché lo stile grafico adottato, sottolineando come mai questo sia efficace per veicolare il messaggio che si vuole trasmettere. 

Nonostante il fumetto sia una delle forme di espressione più antiche – si pensi alle pitture rupestri dei primi uomini sapiens – tuttora è considerato da molti una forma artistica “secondaria” e comunque relegato alla trattazione di tematiche più “leggere”.

Con questo nuovo progetto invece, Large Movements APS vuole far conoscere ai propri ascoltatori storie narrate e rappresentate magistralmente, per le quali il ricorso al fumetto ha rappresentato un’ulteriore possibilità: quello di far capire a tutti, senza filtri ed in breve tempo, il contesto in cui migliaia di persone sono costrette a vivere veicolando tramite immagini, meno soggette a libera interpretazione, tutti i sentimenti e le emozioni di un popolo.

In questa terza puntata, trattiamo il tema della migrazione femminile e lo facciamo analizzando i seguenti fumetti:

  • La rivoluzione dei gelsomini di Takoua Ben Mohamed
  • Femministe: una storia di oggi di Antonella Selva, Valerio Varesi e Vincenza Perilli
  • Trattate Male: sogni e paure delle più belle del reame di Laura Bastianetto e Valerio Chiola, 

Ancora non hai visto la puntata? 

Prima di lanciarti in questo approfondimento, ti consigliamo di recuperarla qui

Il podcast è un mezzo di divulgazione informale e proprio questa sua natura, di tanto in tanto, ci fa “abbassare la guardia “circa l’utilizzo opportuno di termini tecnici. È successo anche a noi in questa puntata e per questo vogliamo usare questo spazio di approfondimento per rettificare alcuni dei concetti espressi parlando dell’accoglienza in Italia (e non solo), onde evitare di contribuire ad ampliare la confusione su tematiche già di per sé oggetto di disinformazione quotidiana.

Quale è la differenza tra rimpatrio e ricongiungimento familiare?

Questi due concetti esprimono situazioni e coinvolgono attori ben diversi tra loro. 

Con il termine rimpatrio si indicano due casistiche diverse, a seconda di chi è il soggetto rimpatriato:

  1. Rimpatrio di italiani: il rientro di connazionali italiani che per un periodo di tempo hanno risieduto all’estero e si erano iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero). Il loro rientro in Italia comporta l’obbligo per gli stessi di comunicare al Comune italiano in cui hanno deciso di stabilirsi che hanno deciso di rimpatriare all’interno di quel territorio. L’omissione o la presentazione tardiva di questa dichiarazione di rimpatrio è passibile di sanzione pecuniaria;
  2. Rimpatrio di migranti: questa è una misura di contrasto all’immigrazione irregolare normata dalla Direttiva Rimpatri dell’UE (2008/115/CE), che introduce uno strumento giuridico attraverso il quale è possibile procedere all’allontanamento dal territorio nazionale dei cittadini di Paesi terzi che non abbiano titolo per farvi ingresso o per soggiornarvi, secondo la normativa vigente. In questo caso, con il termine “rimpatrio” si possono indicare una serie diversa di provvedimenti espulsivi, emessi dalle Autorità competenti. In Italia le seguenti fattispecie rientrano nelle procedure di rimpatrio:
  1. Respingimento
  2. Espulsione
  3. Allontanamento di cittadini comunitari
  4. Decisione unica di diniego alla protezione internazionale con contestuale obbligo di rimpatrio

La sostanziale differenza tra questi quattro provvedimenti risiede nell’autorità che li autorizza e nel luogo in cui le persone non legalmente soggiornanti in Italia vengono fermate.

A questi si affianca una nuova fattispecie, modificata nel 2020: quella del rimpatrio volontario assistito del quale Large Movements si è già occupata, sottolineandone le numerose criticità.

Ben diverso è invece il caso dei ricongiungimenti familiari di persone provenienti da Paesi terzi in Italia.

Il ricongiungimento familiare è quello strumento giuridico che consente ai cittadini stranieri regolarmente soggiornanti sul territorio nazionale ed in possesso di una serie di requisiti di richiedere l’ingresso e la permanenza in Italia dei propri familiari più stretti.

Ma cosa si intende per familiari più stretti del cittadino straniero?

Questi sono:

  • Coniuge o partner in un’unione civile, non separato e maggiorenne (non meno di 18 anni);
  • Figli minori, anche del coniuge o nati fuori dal matrimonio. In questo caso, c’è bisogno del consenso anche dell’altro genitore, qualora presente;
  • Figli maggiorenni a carico (=con invalidità totale);
  • Genitori a carico ma solo se: (i) non hanno altri figli nel Paese di origine; (ii) sono ultra sessantacinquenni e gli altri figli non possono sostenerli per gravi motivi di salute;
  • Genitore naturale di un figlio minore già residente in Italia, che dimostra i requisiti di alloggio e reddito.

E quali sono i requisiti ulteriori che il cittadino richiedente il ricongiungimento deve possedere prima dell’invio della domanda?

  • Essere cittadino di un Paese extra UE;
  • Avere un permesso di soggiorno valido;
  • Avere un reddito annuo non inferiore ad un importo minimo stabilito dalla legge;
  • Disporre di un alloggio adeguato (sia in termini igienico-sanitari che di abitabilità) ad ospitare l’intero nucleo familiare che si vuole ricongiungere;
  • Aver stipulato un’assicurazione sanitaria per il familiare che si vuole ricongiungere.

Che cosa si intende per asilo politico?

Questo strumento giuridico è attualmente normato dal Nuovo Patto sull’Immigrazione e l’Asilo dell’Unione Europea ma il concetto stesso di asilo politico era già stato previsto anche dalla nostra Costituzione che, al suo art. 10, riconosce il diritto di asilo per tutti quei cittadini stranieri che sono vittime di persecuzioni a causa della loro appartenenza politica, religiosa, razziale oppure per il loro orientamento sessuale od ancora perché in fuga dalla guerra nel loro Paese di origine.

Per poter richiedere l’asilo, lo straniero deve essere in possesso dei seguenti requisiti:

  • Trovarsi sul territorio italiano;
  • Non poter tornare in Patria per gravi motivi di pericolo.

Quest’ultima condizione ha garantito la possibilità di richiedere asilo anche a coloro che in Patria rischierebbero persecuzioni, torture e/o trattamenti inumani e degradanti.

La richiesta d’asilo, tuttavia, può essere respinta se:

  • Lo straniero non dimostra di essere in possesso dei requisiti di rischio per la propria incolumità nel Paese di origine;
  • Lo straniero ha commesso reati gravi sul territorio italiano;
  • Lo straniero rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale 

Se la propria richiesta d’asilo viene accettata dalle autorità, il migrante diventa rifugiato politico, accedendo a tutta una serie di diritti altrimenti preclusi fino a quel momento (tra cui il diritto all’assistenza legale, alla protezione contro eventuali ordini di rimpatrio emessi dal proprio Paese di origine, all’assistenza sanitaria, all’istruzione, al ricongiungimento familiare ecc…).

Contestualmente, diventando rifugiato lo straniero acquisisce anche degli obblighi che, laddove non rispettati, possono farlo decadere dal nuovo status.

Va sottolineato come in Italia, negli ultimi anni, l’insieme dei diritti connessi all’ottenimento dello status di rifugiato siano stati via via erosi tramite l’adozione di una serie di cosiddetti “Decreti sicurezza”, che hanno di fatto contribuito a peggiorare e rendere sistematico l’isolamento di queste persone.  

Che cosa si intende per femminismo bianco?

Il termine “femminismo bianco” è un termine che, sebbene sia stato coniato nell’ultima decade, indica un fenomeno che ha radici ben lontane e radicate in una cultura profondamente privilegiata e razzista, che influenza tutt’ora – non sempre consapevolmente – il nostro modo di vivere e le battaglie che scegliamo di portare avanti.

Sin dagli albori del movimento femminista, questo è stato permeato da una sorta di “classismo” che però, all’epoca, aveva una spiegazione storico-sociale che prescindeva dalla presenza di una precisa volontà di non riconoscere come valide le istanze di donne provenienti da background diversi.

Le prime vere femministe storiche del 1400, come Christine De Pizan ed Olympe de Gouges, infatti, provenivano dalla classe aristocratica e rappresentavano i bisogni di quelle donne perché questi erano i soli che conoscevano nel dettaglio. 

Non deve stupire che siano state proprio le aristocratiche a mettere in discussione per prime i “valori” della loro epoca. Queste donne sono state per secoli le uniche ad aver accesso ad un’istruzione e quindi alla scrittura, unico veicolo con il quale testimonianze di epoche passate sono arrivate fino a noi. 

Questo non vuol dire che le donne provenienti da altre classi sociali non lottassero per la propria emancipazione, semplicemente non ne troviamo quasi mai traccia negli scritti e nei documenti dell’epoca a causa della loro scarsa rappresentazione nella vita politica e sociale di quel periodo. 

Senza queste prime attiviste aristocratiche, dunque, in occidente le idee di uguaglianza ed emancipazione non sarebbero circolate gradualmente in tutti i Paesi europei e non sarebbero mai arrivate alle classi borghesi prima ed operaie poi, la cui presa di coscienza graduale caratterizzerà e darà il via ai vari movimenti di lotta dei secoli a venire – a partire dal suffragio universale. 

Le prime contraddizioni del movimento femminista occidentale rispetto ai suoi ideali fondanti di uguaglianza ed emancipazione iniziarono ad emergere durante il periodo coloniale occidentale e diventarono lampanti con la (non) gestione del problema del razzismo istituzionalizzato all’interno della società nordamericana (conseguenza diretta di oltre un secolo di schiavitù che non è mai di fatto stato eradicato dalla società USA, limitandosi a mutare forma per poter resistere meglio ai tempi che cambiano).

Con l’avvio di due tra i periodi più oscuri della storia occidentale (colonialismo europeo e schiavitù americana), caratterizzati dal predominio e dalla falsa convinzione di supremazia della popolazione “bianca” su tutto il resto delle culture con le quali questa entrava a contatto, anche il movimento femminista finì per fare proprie alcune di queste credenze.

Da allora i movimenti femministi occidentali hanno fatto sempre più fatica ad ammettere che il colore della pelle e la provenienza da Paesi ricchi e privilegiati garantiscono alcune prerogative che invece non vengono assicurate alle donne “non bianche”

Queste, infatti, oltre alle discriminazioni di genere ed alle disparità di trattamento di cui erano vittime le donne bianche, subiscono discriminazioni razziali, economiche e religiose che le privano anche del minimo supporto e riconoscimento sociale che a mano a mano sono stati sempre più garantiti ai movimenti femministi occidentali.

Purtroppo, vorremmo poter dire che le femministe europee ed americane accolsero le loro colleghe “non bianche” facendone proprie le istanze e che sfruttarono la loro posizione privilegiata per mettere in luce altri bisogni condivisi da migliaia di donne. Vorremmo anche poter dire che le femministe occidentali siano state le prime a mettere in discussione i propri valori e le proprie convinzioni invece di usarle per elaborare un giudizio falsato su altre donne, la cui unica “colpa” era quella di esporre bisogni o volontà diversi e/o ulteriori rispetto a quelli già espressi da loro stesse.

Questa mancata accettazione spaccò il movimento femminista globale, rallentando conseguentemente l’affermazione sociale e politica dell’uguaglianza di genere. 

Il movimento occidentale ha quindi iniziato a vivere nella propria “bolla”, autoconvincendosi così che i loro bisogni fossero gli unici condivisi da tutte le donne e che qualsiasi altra istanza, se maturata in una cultura distante da quella a cui si è sempre stati abituati, non dovesse nemmeno essere presa in considerazione.

Il femminismo bianco si pose quindi come unico detentore della verità e delle necessità di tutte le donne e tutto ciò che ne era al di fuori era inquadrato come “non meritevole di rappresentazione” o addirittura veniva completamente ignorato.

Senza accorgersene, queste donne sono state tra le più grandi alleate del sistema razzista e patriarcale che volevano destituire perché hanno scelto le loro battaglie non interpellando tutte le donne coinvolte, in quanto convinte che le loro istanze non fossero importanti o addirittura fossero rappresentative di sistemi sociali “selvaggi”. 

Un esempio tra tutti è come da sempre questi movimenti si siano opposti all’utilizzo del velo perché fermamente convinti essere unicamente uno strumento di repressione, arrivando a trattare con condiscendenza e saccenza delle donne che volevano solo professare la loro fede religiosa, di fatto delegittimandole come esponenti femminili e relegandole ai margini del dibattito politico ogni volta che si discute del tema. 

Di fronte ad alcuni eventi e/o mobilitazioni contro il velo organizzati dai movimenti femministi occidentali, infatti, viene da chiedersi cosa ci sia di differente rispetto ai panel che parlano di aborto in cui gli unici speakers sono uomini. 

Questa mancata rappresentazione è talmente diffusa da permeare anche le strutture di vertice dei movimenti femministi, dove quasi sempre sono di fatto escluse le donne “non bianche” (ad oggi intese come le donne nere, quelle latinoamericane ed asiatiche, quelle trans, le donne migranti e le donne appartenenti a minoranze etniche o a gruppi svantaggiati dal punto di vista socioeconomico).

Le esperte istituzionali ed accademiche che dirigono associazioni, organizzazioni e riviste per la parità di genere ed i diritti delle donne, infatti, sono quasi nella totalità dei casi bianche, occidentali e privilegiate. 

Questa determinata categoria di donne interpreta la realtà, la lotta e l’impegno per il raggiungimento della parità di genere attraverso una precisa cornice di significato che poggia sulle proprie esperienze all’interno di una società ricca, occidentale ed individualista (spesso in contrasto con altre culture, tutte basate sulla collettività). 

Questo si riflette anche nella metodologia di lotta: se i movimenti femministi occidentali si basano su principi quali la ribellione, la lotta, la forza e l’autodeterminazione, in molte culture non bianche il femminismo si fonda su altri valori quali la resilienza, l’empatia, la perseveranza e la speranza. 

Come abbiamo avuto modo di constatare con mano negli anni collaborando con varie attiviste migranti, le esperienze di cui queste donne sono testimoni sono fondamentali per capire fino in fondo:

  1. quanto pregiudizi razzisti e xenofobi siano permeati alle radici dei movimenti femministi occidentali; 
  2. come decostruire questi pregiudizi, evitando di replicare logiche discriminatorie che hanno caratterizzato il movimento femminista occidentale finora;
  3. come poter effettivamente costruire una società veramente inclusiva e rappresentativa dei bisogni di tutte e tutti. 

Il dialogo con queste donne, quindi, apporterebbe un prezioso contributo alla causa femminista, che per ora invece è rappresentata quasi esclusivamente da una porzione di donne che faticano a riconoscere l’autorevolezza delle altre.

APPROFONDIAMO LA STORIA: Cosa è la rivoluzione dei gelsomini e come nasce?

Dal 1987 in Tunisia era al potere Zine El-Abidine Ben Ali, che con un colpo di stato “medico” (il presidente fu destituito per “senilità”) aveva destituito Habib Bourguiba – leader della lotta per l’indipendenza della Tunisia dalla Francia e successivo fondatore della Tunisia moderna, che guidò il Paese dal 1957 al 1987.

Sebbene l’avvio del governo di Bourguiba fosse stato contraddistinto da molte conquiste civili e sociali, nei suoi ultimi anni al potere il suo approccio era fortemente cambiato, complici anche il decadimento senile fisico del capo di Stato, una profonda crisi economica e l’affermarsi del generale Zine El-Abidine Ben Ali.

Con la destituzione di Bourguiba, non vi erano più limiti alle ambizioni di Ben Ali. Questi quasi subito istituì un regime noto per il suo autoritarismo, la repressione delle opposizioni e la limitazione delle libertà civili. Per di più una crescita economica moderata, le disparità regionali e la disoccupazione, soprattutto giovanile, stavano alimentando un malcontento sempre più diffuso.​

Malcontento che culminò il 17 dicembre 2010 con il suicido di un giovane commerciante di 26 anni, Mohamed Bouazizi, nella cittadina tunisina di Sidi Bouzid. Il giovane si era recato di fronte alla sede del governatorato per chiedere un incontro con il governatore in seguito all’ennesimo sequestro immotivato della propria merce da parte delle autorità. A seguito del rifiuto del governatore ad incontrarlo, Mohamed, esasperato da ripetuti sequestri della merce nonché dalla revoca del passaporto e della licenza di commerciante, unica fonte di sostentamento per la sua famiglia, si è dato fuoco in segno di protesta sulla pubblica via.

La sua morte, che divenne subito simbolo del malessere generale dell’intera popolazione tunisina, scatenò una forte ondata di proteste che durò quattro settimane. 

La popolazione scese in piazza per denunciare la corruzione delle autorità, la repressione violenta della polizia, la disoccupazione diffusa tra i giovani, i continui rincari alimentari ed in generale la costante privazione dei diritti umani fondamentali.

Ebbe così avvio quella che i tunisini chiamano “Rivoluzione della dignità”, ribattezzata dai media occidentali “Rivoluzione dei gelsomini” perché questo fiore è un simbolo nazionale tunisino che spesso viene considerato (da parti esterne, non dai tunisini) espressione di un’idea di purezza, rinascita e fragranza.

Alle proteste il regime di Ben Ali rispose con la repressione più dura da parte della polizia ma i cittadini esasperati e disperati non indietreggiarono anzi, proclamarono uno sciopero generale che bloccò la Tunisia per giorni.

In poco più di un mese di proteste, si contarono almeno 338 persone rimaste uccise e 2.174 ferite.

Il 14 gennaio 2011 il dittatore Ben Ali fu costretto a fuggire e rifugiarsi in Arabia Saudita ma le proteste non si placarono poiché nel governo ad interim, incaricato di guidare il Paese fino ad elezioni democratiche, erano presenti otto dei ministri del vecchio regime, che la piazza reputava troppo corrotti ed inadatti a traghettare la Tunisia verso un futuro democratico.

La pressione popolare e sindacale portò alla nomina di un nuovo governo che indisse le elezioni nel 2014.

Queste videro la netta affermazione dei partiti che si erano opposti a Ben Ali, in particolare di:

  • Ennahda, partito islamico moderato, che ottiene il 37% dei voti e 89 seggi;
  • Congresso per la Repubblica, partito laico riformista, che ottiene l’8,7% dei voti e 29 seggi.

Il nuovo governo fu così costituito da una coalizione tripartita che comprendeva Ennahda, il Congresso per la Repubblica ed il Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà.

La “Rivoluzione dei Gelsomini”, sebbene ad oltre 15 anni di distanza non si possa definire un successo assoluto, non solo segnò la fine di un regime autocratico fortemente violento e repressivo, ma diede anche il via alle cosiddette “Primavere Arabe” in tutta la regione con le conseguenti destituzioni di dittatori sanguinari come Gheddafi e Saddam Hussein.

Nonostante la situazione tunisina non possa ancora definirsi ​stabilizzata e completamente democratica, sicuramente quello avviato 15 anni fa è un percorso destinato a produrre i suoi effetti in tutti i Paesi arabi e nordafricani.

Come “funziona” la tratta sessuale delle donne nigeriane in Italia?

Prima di addentrarci nella trattazione di una tematica complessa, è opportuno chiarire cosa si intenda per tratta sessuale. 

Con questo termine ci si riferisce ad uno dei due casi maggiormente diffusi di tratta di esseri umani, ossia quello lo sfruttamento delle persone che, rapite od attirate con l’inganno a lasciare il loro Paese d’origine, vengono poi poste in uno stato di schiavitù e costrette allo sfruttamento, soprattutto attraverso prestazioni lavorative o sessuali.

La tratta delle donne nigeriane in Italia è un fenomeno che ha iniziato ad interessare i media nazionali solo dal 2015, a causa dell’incremento registrato di schiave sessuali di provenienza nigeriana: da 1.454 nel 2014 a 11.009 nel 2016.

Negli anni, il contrasto alla tratta portato avanti dalle autorità locali e dalle associazioni ha fatto emergere una serie di realtà sommerse inquietanti, che spesso godono della protezione di cittadini italiani.

Questo “business della violenza” è appannaggio sia di organizzazioni di piccole dimensioni, sia di strutture criminali che, se scoperte, vengono condannate con l’aggravante mafiosa. Questi gruppi criminali organizzati in Nigeria si chiamano cult ed intercettano le ragazze in quattro modi diversi, alternativi fra loro:

  1. l’organizzazione fa un prestito alla famiglia della donna: quando questi non sono più in grado di restituire i soldi, la donna viene portata via;
  2. le donne vengono rapite o consegnate direttamente dalla famiglia;
  3. le donne stesse si mettono direttamente in contatto con la mafia alla ricerca di una nuova prospettiva di vita;
  4. vengono reclutate dai loro account social con la promessa di fare l’attrice o la modella una volta arrivata in Italia.

Contrariamente a quanto si pensa però, i cult gestiscono di rado la tratta delle schiave sessuali, preferendo piuttosto dedicarsi al traffico di stupefacenti, soprattutto in nord Italia, più remunerativo e sicuro. Ciò non vuol dire che le organizzazioni criminali nigeriane non gestiscano giri di prostituzione (sono diventati famosi nelle cronache italiane i Black Axe proprio perché gestivano un traffico gigantesco di vittime di tratta dalla Nigeria verso l’Italia), semplicemente non è così frequente come si è portati a pensare dalla narrazione mediatica.

La stragrande maggioranza delle donne e delle minorenni nigeriane, vengono attratte in Italia con l’inganno da piccolissime associazioni criminali, che a volte possono essere costituite anche da massimo 2/3 individui (tra cui ci possono essere anche italiani).

Sia che la tratta venga gestita dai cult, sia che sia in mano ad organizzazioni criminali ben più piccole, figura fondamentale per gestire le ragazze è quella della Madame, ossia la trafficante che gestisce le vittime di tratta e che ne garantisce la totale obbedienza sottoponendole ad un rito juju – rito animista durante il quale vengono prelevate alle ragazze unghie e peli e che obbliga le donne a diventare schiave sessuali fino a quando non estingueranno il loro debito (contratto con l’organizzazione perché questa pagherà parte delle spese di viaggio, il vitto e l’alloggio in Europa).

Questo rito viene, generalmente svolto dalla Madame prima della partenza, ha anche un forte potere psicologico che assicura che le ragazze non si ribellino in quanto, se non venisse rispettato il patto, uno spirito potrebbe infuriarsi all’interno del loro corpo fino a farle morire, e se loro stesse morissero o scappassero, le loro famiglie verrebbero uccise.

Dopo il rito juju, il viaggio generalmente intrapreso dalle ragazze parte dalla Nigeria, attraversa il deserto per poi arrivare in Libia. 

La prima tappa del viaggio nel deserto è ad Agadez, in Niger, e durante tutto il percorso dalla Nigeria le donne che non vengono abbandonate a morte certa nel deserto, vengono usate per corrompere la polizia e garantire un passaggio rapido.

Una volta ad Agadez, le ragazze vengono portate al mercato degli schiavi, dove ci sono dai 20.000 ai 25.000 migranti ogni mese, tutti provenienti dall’Africa occidentale e diretti in Europa. Le donne sopravvissute raccontano che qui viene “testata la loro stamina” (=venivano stuprate ripetutamente). Una volta vendute, le ragazze generalmente vengono portate in Libia dal trafficante, che le costringe ad offrire prestazioni sessuali per poter far loro guadagnare il denaro necessario per attraversare il Mar Mediterraneo. 

Da qua, le ragazze si imbarcano per l’Italia e vengono poi intercettate nei centri di accoglienza da uomini di fiducia della Madame, che le prelevano e le portano da lei.

È in Italia che emerge un’altra figura fondamentale per la sopravvivenza della tratta di esseri umani, il Kapò. Questo è un individuo che solitamente lavora per le grandi organizzazioni criminali (come i Black Axe per esempio) ed ha il compito di tenere le donne lontano da possibili organizzazioni sociali anti-tratta e spostarle da un luogo all’altro così da creare instabilità e dipendenza, nonché assicurando una continua varietà alla clientela italiana.

Grazie alla grande attenzione dell’opinione pubblica, degli inquirenti e della magistratura, negli ultimi anni sono stati effettuati una serie di arresti importanti all’interno delle organizzazioni nigeriane – grandi e piccole. Questo ha portato ad una drastica diminuzione delle minorenni nigeriane ed in generale delle donne nigeriane in strada ma i magistrati che si occupano di questo fenomeno sono molto cauti. 

Si è notato infatti che le donne vittime di tratta non sono diminuite nei numeri ma, dal momento che possono lavorare di meno su strada per non far correre troppi rischi all’organizzazione, molte di loro sono costrette a vendere stupefacenti (soprattutto in nord Italia) per far fronte al loro debito.

E’ comunque una riduzione talmente recente che i dati raccolti finora sono troppo parziali per permettere un’analisi più approfondita di questo cambiamento.

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