Nuvole in viaggio è il primo video-podcast ideato e prodotto da Large Movements APS.
In ogni puntata analizziamo tre fumetti che trattano di una stessa tematica collegata al fenomeno migratorio. Parleremo di migrazioni economiche, migrazioni forzate, tratta degli schiavi e migrazioni ambientali. Per ciascuna opera che raccontiamo ne analizziamo il contesto storico-politico in cui si sviluppa nonché lo stile grafico adottato, sottolineando come mai questo sia efficace per veicolare il messaggio che si vuole trasmettere.
Nonostante il fumetto sia una delle forme di espressione più antiche – si pensi alle pitture rupestri dei primi uomini sapiens – tuttora è considerato da molti una forma artistica “secondaria” e comunque relegato alla trattazione di tematiche più “leggere”.
Con questo nuovo progetto invece, Large Movements APS vuole far conoscere ai propri ascoltatori storie narrate e rappresentate magistralmente, per le quali il ricorso al fumetto ha rappresentato un’ulteriore possibilità: quello di far capire a tutti, senza filtri ed in breve tempo, il contesto in cui migliaia di persone sono costrette a vivere veicolando tramite immagini, meno soggette a libera interpretazione, tutti i sentimenti e le emozioni di un popolo.
In questa prima puntata, trattiamo il tema delle migrazioni economiche e lo facciamo analizzando i seguenti fumetti:
- Sindrome Italia: storia delle nostre badanti di Tiziana Francesca Vaccaro ed Elena Mistrello
- La linea dell’orizzonte di Francesco della Puppa e Francesco Matteuzzi
- American Born Chinese di Gene Luen Yang
Ancora non hai visto la puntata?
Prima di lanciarti in questo approfondimento, ti consigliamo di recuperarla qui:
APPROFONDIAMO LE DEFINIZIONI
Chi rientra nella categoria dei migranti economici?
I migranti economici sono persone che emigrano volontariamente dal loro Paese di origine per motivi puramente economici, ossia: per cercare migliori condizioni di vita e di lavoro perché non hanno altre opportunità di guadagno.
Questo tipo di migrazione si divide, a seconda delle condizioni economiche nel Paese di origine e del contesto socioeconomico della regione, in:
- Migrazione interna: quando le persone sono costrette a spostarti da una città all’altra ma all’interno della stessa regione oppure da una regione all’altra ma all’interno della stessa Nazione;
- Migrazione internazionale: quando le persone sono costrette ad emigrare in un altro Paese poiché nel proprio Paese di origine non hanno possibilità di accesso a risorse adeguate
Indipendentemente dal tipo di migrazione per la quale il migrante e la sua famiglia opteranno, va sottolineato come, contrariamente a quanto si è portati a pensare ascoltando le dichiarazioni dei media e di alcuni politici, queste persone nel loro Paese di origine fanno parte del “ceto medio”.
Dati gli altissimi costi per affrontare il viaggio, infatti, le persone che già nel proprio Paese di origine vivono ai margini e/o al di sotto della soglia di povertà, rimangono bloccati in una terra che non ha prospettive concrete e stabili, condannate ad un futuro di indigenza e senza alcuna prospettiva di miglioramento.
Chi riesce a partire invece, proprio perché nel proprio Paese non godeva di una situazione estremamente negativa, deve fare i conti con il naufragio del proprio sogno e della non possibilità di mantenere gli standard di vita ai quali si era abituati nella propria terra natale.
Questo acuisce in loro il senso di frustrazione e la depressione, contribuendo ad ampliare il senso di isolamento di intere famiglie di migranti.
Differenze (?) con altri tipi di migrazioni
In teoria, questa categoria di migranti si differenzia dai migranti politici perché possono rientrare in sicurezza nei loro Paesi di origine. I migranti economici, infatti, non dovrebbero scappare da una persecuzione e non dovrebbero rischiare la propria vita se rientrassero in patria – come invece è il caso dei rifugiati politici.
Il condizionale in questi casi è doveroso però, perché spesso la decisione di migrare alla ricerca di fonti di guadagno più stabili deriva da un insieme di motivi, che sempre più spesso si intrecciano con altri push-factors.
Attenzione quindi a non cadere nell’artificio retorico secondo il quale, se una persona dichiara di essere andato via dal proprio Paese per cercare di migliorare la propria vita e quella della propria famiglia, è automaticamente un migrante economico “puro e semplice” e quindi si trova in un altro Paese per “rubare il lavoro” alla popolazione locale.
Molto spesso dietro la decisione di migrare alla ricerca di un futuro migliore, infatti, c’è un grande rammarico ed una vera impossibilità a godere di una vita dignitosa nel proprio Paese di origine.
Che cosa è la Perestrojka?
La Perestrojka è il termine che indica quel complesso processo di riforme economiche e socio-politiche avviato a partire dal 1986 da Michail Sergeevič Gorbačëv, nuovo segretario generale del partito comunista.
Si trattava di un progetto ambizioso in quanto si prometteva di riorganizzare sia l’economia che l’assetto politico russo. Uno tra i primi interventi è conosciuto come “glasnost”, che in russo significa trasparenza e che consisteva in una riduzione considerevole della censura e quindi della conseguente crescita dell’attivismo politico tra la popolazione.
Altra grande innovazione fortemente voluta da Gorbačëv è stata quella di adottare una politica economica molto più liberale, sulla scorta di quanto la Cina aveva iniziato a fare qualche anno prima, ma sempre soggetta ad un rigidissimo controllo statale.
Come la Perestrojka è direttamente connessa alla migrazione, soprattutto femminile, registrata negli anni successivi
Con i primi segni di apertura dei mercati russi al mondo esterno, si registrò un esteso fenomeno di emigrazione di massa dall’Unione Sovietica verso i territori europei-occidentali. A partire non erano tanto i cittadini russi, bensì parte della popolazione dei Paesi che costituivano l’intero blocco sovietico (ad esempio Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania dell’Est, Ungheria, Polonia e Romania).
Queste persone, esasperate dalle condizioni di vita all’interno dell’URSS, approfittarono della distensione dei rapporti diplomatici ed economici per tentare di migliorare la propria situazione e quella dei loro familiari ma finendo per accettare lavori non qualificati una volta arrivati in Europa.
Tra i settori che maggiormente hanno assorbito questa migrazione, si deve annoverare quello della cura di casa e/o della persona. Lavori questi, per i quali la domanda in Occidente stava crescendo sempre più, con il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’occupazione femminile. Queste concause hanno determinato che la maggioranza delle persone fuggite dai Paesi dall’URSS, erano donne – storicamente e socialmente più associate a questo tipo di mansioni.
Anche l’Italia fu oggetto di questa migrazione di massa, soprattutto dalla Romania, tanto che nel 2022 la comunità romena residente in Italia arrivava a contare circa 1,07 milioni di persone.
Con l’apertura verso l’Occidente e la conseguente fuga delle popolazioni del blocco, ebbe inizio il declino definitivo dell’URSS – che venne definitivamente sciolto nel 1992 – e dei suoi valori fondanti.
Per questo motivo, molte delle repubbliche indipendenti nate dalle ceneri dell’Unione Sovietica, scelsero di allontanarsi completamente dall’ideologia russa e si aprirono all’economia occidentale (e quindi al modello capitalistico).
Questo repentino cambio di governo nei Paesi dell’ormai ex-blocco sovietico, ha determinato una gravissima crisi economica ed un ulteriore peggioramento della qualità di vita in quelle Nazioni.
Queste crisi accentuarono ancor di più la spinta ad emigrare, tanto che si stima che circa 800.000 persone – molte delle quali donne – si siano riversate in USA, Canada, Europa Occidentale ed America Latina come diretta conseguenza della dissoluzione dell’URSS.
APPROFONDIAMO LA STORIA: Migrazione e schiavitù della popolazione cinese negli Stati Uniti d’America
Come è iniziata
I primi cinesi arrivarono negli Stati Uniti intorno al 1840, a seguito di una grande crisi innescata nel Paese d’origine da due macro-fattori:
- l’inizio del collasso della dinastia Qing, che aveva tenuto le redini dell’impero cinese per secoli;
- la forzata rottura dell’isolamento che la Cina era riuscita a mantenere fino ad allora per venire a patto con le super potenze europee che iniziavano ad avere grandissimi interessi economici in tutta l’Asia (= avvio del periodo meglio conosciuto come “guerre dell’oppio” che misero il Paese in ginocchio definitivamente e consentirono agli europei di penetrare e dilagare senza più limiti in Cina)
Queste gravi instabilità diedero il via ad un periodo di rivoluzioni violente e partecipate in tutto il Paese, che destabilizzarono il Paese al punto che molti cinesi decisero di migrare alla ricerca di maggiore sicurezza e tranquillità.
La scelta ricadde quasi automaticamente sui giovani Stati Uniti che, proprio nel 1840 stavano vivendo il periodo della cosiddetta “febbre dell’oro” che portava con sé la necessità di costruire infrastrutture (abitazioni, empori, ferrovia) in fretta, aumentando di conseguenza la necessità di manodopera a basso costo. E furono proprio i cinesi a realizzare moltissime delle opere strutturali di quel periodo, arrivando addirittura a costruire interamente la Transcontinental railroad (ossia la ferrovia che univa gli Stati della costa atlantica con la California e l’oceano Pacifico).
Dato il loro carattere notoriamente poco incline alla lamentela e votato all’efficienza lavorativa, i cinesi furono visti come dei degni sostituti degli schiavi africani – considerati molto più rivoluzionari e meno obbedienti.
Come è proseguita
Quando il periodo della febbre dell’oro finì, la popolazione cinese iniziò ad aprire attività imprenditoriali per poter continuare a sopravvivere nella nuova patria.
Questo loro tentativo di migliorare la propria vita però, non piacque affatto all’opinione pubblica (esclusivamente bianca) americana che in poco tempo li additò come il nemico pubblico numero uno.
Ecco che gli americani iniziano a vedere i cinesi come oppiomani, furbi, loschi, pedofili, manipolatori, portatori di malattie, repellenti ed in più facevano troppi figli.
Nemmeno i sindacati, che avevano sfrutto la loro efficienza fino a quel momento per contrattare migliorie per i loro iscritti, erano d’aiuto alla popolazione cinese in America: gli altri lavoratori, anche migranti, li vedevano come concorrenti e non appoggiavano le loro richieste di aumento salariale.
Ed è proprio in questo periodo che iniziano a comparire sui giornali l’immagine stereotipata che tutti noi conosciamo della persona di origine cinese: lunghe trecce e sorriso poco profondo ed acuto.
Come la legge ha contribuito alla nascita di Chinatown
Il culmine della discriminazione sociale nei confronti della comunità cinese negli Stati Uniti fu raggiunto nel 1882, con la promulgazione del Chinese Exclusion act.
Prima di questo testo però, ai cinesi fu vietato di sposare persone bianche, poi gli fu impedito di intraprendere carriere nell’amministrazione pubblica, in alcuni Stati – tra cui la California – fu imposta una tassa mineraria che si mangiava gran parte del loro salario e ci furono restrizioni anche per quanto riguarda le politiche abitative.
Questi provvedimenti spinsero molti cinesi ad abbandonare le loro occupazioni nelle miniere e nell’agricoltura, e a rifugiarsi ai margini delle grandi città, considerate da molti più sicure perché ospitavano un maggior numero di persone della loro comunità di riferimento.
L’unica fonte di sicurezza per le persone di origine cinese presenti in America in quel periodo, infatti, era la loro comunità di riferimento: era diventato quindi fondamentale vivere tutti insieme per poter vivere sicuri. In questo periodo iniziano a sorgere nelle periferie le famose Chinatown: un vero e proprio ghetto urbano dove però le persone si sentivano protette.
Con la ghettizzazione però, arrivarono i primi linciaggi e le stesse spedizioni punitive che venivano perpetrate nei confronti della popolazione afroamericana.
Il linciaggio di Los Angeles del 1871 rimane uno degli episodi più crudeli commessi sul suolo americano ai danni della popolazione cinese: venti corpi, tra cui alcuni di adolescenti, rimasero a terra, appesi ai lampioni, straziati in mille modi. Calle de Los Negros, una via stretta dove erano ammassati empori, lavanderie, bordelli, abitazioni fu messa a ferro e a fuoco.
Ed è in questo clima di odio continuo e crescente che si sviluppò il Chinese exclusion act, che di fatto:
- proibiva alle persone che vivevano in Cina di entrare negli Stati Uniti per lavorare;
- impediva alle persone che erano già residenti negli Stati Uniti di prendere la cittadinanza americana;
- obbligava le persone di origine cinese che viaggiavano dentro e fuori gli Stati Uniti di portare con sé un certificato indicante il loro status, pena la deportazione immediata in Cina
Tutte le successive leggi sull’immigrazione emanate dal 20° secolo in poi dagli Stati Uniti, vengono modellate sui principi fortemente razzisti e discriminatori di questa legge.
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Presidente Large Movements APS


