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The Human Flow – tra il graffiante e il concettualismo

Il Cine-documentario the Human Flow è diretto dall’artista, designer, attivista, architetto e regista cinese Ai Weiwei: consigliamo a tutti di leggere la sua storia, prima di guardare la sua creazione. Farlo permette di comprendere appieno la lente attraverso cui vengono visti i fotogrammi del film e la sensibilità che vi è dietro, acuendo la sensazione di umanità che permea the Human Flow: è evidente la sensibilità di un artista che tra storie reali e attimi di silenzio e contemplazione, entra in questo flusso per narrarlo con propria partecipazione emotiva.

Così, the Human Flow ha delle caratteristiche di inchiesta e di report, ma non solo. Il modo di riprendere e l’approccio fanno pensare a certe mostre e filmati di arte moderna, che con lo spettatore vogliono dialogare invece di imporre, in uno strano binomio tra l’artista che si nasconde e, al contempo, si fa portatore di un modo di vedere il mondo.

A dare particolare unicità a The Human Flow, è il fatto che non si limita a seguire la storia di un individuo o di un determinato gruppo, ma Weiwei e la sua troupe viaggiano in giro per il mondo, raccogliendo immagini e testimonianze di rifugiati di ogni categoria e di diverse aree geografiche. Camminano con loro tra i fili spinati delle frontiere europee, raccontano e mostrano i campi profughi dei Rohingya come quelli al confine tra Siria e Giordania.

Uno dei propri obbiettivi, che  the Human Flow riesce a raggiungere, è far comprendere con l’empatia la condizione del rifiugiato, costretto a divenire un ruolo e strappato da qualsiasi cosa con la quale noi tutti ci identifichiamo come persone: la nostra quotidianità, i luoghi ai quail sentiamo di appartenere, i riferimenti che vanno a costituire la cultura che plasmano i nostri valori e la nostra identità. Il rifugiato si trova così a mettere in pausa tutto ciò che lo rende sé stesso, spesso destinato a terminare il proprio viaggio in luoghi in cui non è voluto, o in cui è visto come una vittima.

Weiwei non ha paura di mostrare rifugiati intenti a usare i propri cellulari al momento dello sbarco, azione ed immagine usate come strumento di critica da parte di una certa retorica: del resto, non faremmo lo stesso anche noi, se avessimo appena rischiato la vita per arrivare in un paese straniero? Alle volte si corre il rischio di dimenticare che i rifugiati non sono nati tali e che questo status non riflette nè la loro storia, nè la loro identità. L’immagine di persone appena sbarcate da un mare pieno di pericoli e difficoltà, intente a fare la stessa cosa che faremmo noi, può aiutare a realizzare con più efficacia che potremmo effettivamente essere noi in quella stessa situazione: ciò è particolarmente vero, per coloro a cui risulta più complesso immedesimarsi con persone considerate con un background molto distante dal proprio.

In molti casi, come ad esempio per i Siriani, i rifugiati prima di diventare tali avevano stili di vita assai più simili ai nostri, di quanto molti siano spinti a credere.

Human-Flow.jpg

The Human Flow vuole dare un’immagine globale, di quella che è una crisi globale, senza dimenticare di dare spazio alla singolarità degli individui coinvolti in tale crisi. A tratti pecca di una forse eccessiva “esteticizzazione” del fenomeno ma, del resto, le inquadrature dal taglio artistico e la regia dall’atteggiamento ponderante, sono anche le caratteristiche che elevano questo cine-documentario. Weiwei alterna, così, sprazzi di bellezza e contemplazione ad immagini crude e graffianti, in un binomio che, del resto, compone effettivamente la nostra realtà e riflette anche la separazione di un mondo caratterizzato da forti inuguglianze e divisioni.

The Human Flow è disponibile su Netflix: consigliamo la visione su un grande schermo!

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Marta Pistone

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