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PELLICOLE ARCOBALENO: Una riflessione dopo la visione di “Out in the Dark” di Michael Mayer

In occasione del Pride Month, Large Movements consiglia la visione di una pellicola arcobaleno attuale, intensa e di riconosciuta qualità: Out in the Dark è un film israeliano del 2012, opera di debutto del regista Michael Mayer e vincitore di 25 premi dalla sua uscita.  

La storia inizia con il normale incontro dei due futuri amanti, Nimer e Roy, durante una serata in un locale gay di Tel Aviv ma, già dalle prime battute, si prefigura quello che sarà il vero leitmotiv di tutto il film: la pluridecennale questione tra Israele e Palestina

Tipologie di “resistenza” a confronto 

Da una parte, vi è Nimer, venticinquenne palestinese che vive a Ramallah e che sogna di raggiungere l’America per continuare i suoi studi in psicologia. Nimer è un giovane promettente, tanto da riuscire a conquistare il diritto a recarsi settimanalmente a Tel Aviv per studiare dopo aver passato uno speciale esame di abilitazione. 

Già in questi primi minuti di film, il regista ci restituisce magistralmente le condizioni drammatiche in cui è costretta a vivere la gioventù palestinese. Queste, infatti, si possono inferire dal rapporto conflittuale tra Nimer ed il fratello, metafora di un conflitto sociale che è ben presente nell’attuale società palestinese. 

Il fratello, infatti, non riesce a gioire per la conquista di Nimer del pass per Tel Aviv poiché abbraccia la visione più estremista diffusasi tra la gioventù palestinese a seguito di decenni di guerriglia per resistere all’occupazione israeliana delle proprie terre.  

Secondo il fratello, dunque, Nimer dovrebbe abbandonare il sogno di studiare a Tel Aviv per poi raggiungere l’America e, invece, imbracciare i fucili perché – secondo lui – la violenza è ormai l’unica speranza rimasta alla popolazione palestinese per sopravvivere. 

Nimer dal canto suo, rappresenta quella parte di gioventù che si è rassegnata all’occupazione israeliana e che cerca di adattarsi il più possibile per poter sfruttare al massimo le occasioni che gli vengono offerte, con l’obiettivo di andarsene presto da una terra che non gli offre alcuna prospettiva di un futuro degno di questo nome. 

L’altro protagonista della storia d’amore raccontata da Out in the Dark è Roy, giovane avvocato israeliano di Tel Aviv che tenterà di combattere contro il sistema di Israele – e con la sua famiglia – per aiutare Nimer ad ottenere un permesso di residenza permanente nella città ebraica. 

La forza dell’amore di Roy traspare sin dal primo incontro: quando Nimer gli confida di essere di Ramallah, lui si offre di accompagnarlo personalmente.  

La distanza che c’è tra le due città – Tel Aviv e Ramallah – è minimale ma, a causa delle grandi restrizioni alla libertà di spostamento imposte dagli occupanti israeliani, i ragazzi palestinesi devono recarsi illegalmente al di là del confine, rischiando ogni volta la cattura e – spesso – la detenzione arbitraria per poter assaporare un po’ di divertimento, a loro automaticamente precluso per via del perenne stato di guerriglia in cui sono costretti a vivere da decenni gli abitanti dei territori occupati della Cisgiordania (Ramallah si trova al centro della regione). 

Amore LGBTQ+ e discriminazioni a confronto 

La grande tematica che costituisce l’essenza fondante di Out in the Dark è quella delle condizioni della comunità LGBTQ+ dei due territori

Il regista mette a confronto la società palestinese e la società israeliana. A prima vista la società palestinese è molto più repressiva di quella israeliana, dove – quantomeno all’apparenza – i membri LGBTQ+ sono più accettati nel proprio tessuto socio-religioso. 

Nel film si vede come in Palestina gli omosessuali sono fortemente discriminati e quasi sempre vengono cacciati brutalmente da casa e ripudiati od uccisi dalle loro famiglie se scoperti.  

L’unica alternativa è quella di fuggire ed abbandonare i propri affetti più cari, del tutto incapaci di accettarli poiché il livello di omotransbifobia all’interno della società civile palestinese è diffusissimo. Un esempio su tutti, basti pensare che Gaza in primis ma la Palestina in generale, è uno dei Paesi Membri Onu che tuttora mette in atto una criminalizzazione de facto degli omosessuali (applicando sanzioni quali tortura e detenzione arbitraria, ed in alcuni casi la pena di morte). 

In Israele invece, la situazione è ben diversa. L’omosessualità qui non è un tabù, tanto che Nimer è stato accolto a cena dalla famiglia di Roy. È proprio durante la scena della cena però, che traspare l’ipocrisia della società israeliana in merito alla tematica dell’omosessualità

Questa ipocrisia, vista la peculiarità della storia d’amore raccontata in Out in the Dark, è duplice ed è ben ravvisabile – e raccontata in maniera impeccabile – nel dialogo individuale tra i nostri due protagonisti – Nimer e Roy – con, rispettivamente, il padre e la madre di quest’ultimo. 

Da un lato, infatti, percepiamo che, sebbene all’esterno l’omosessualità di Roy venga accettata tranquillamente dalla famiglia, nella realtà la stessa non vuole che il figlio viva liberamente “allo scoperto” (ad esempio, portando a cena il proprio compagno durante Shabbat) poiché questo potrebbe danneggiare l’onore e l’immagine dei suoi componenti– e quindi danneggiare gli affari. 

Dall’altro lato invece, dalla conversazione tra Nimer ed il padre di Roy – che gli racconta di essere stato un soldato delle truppe di occupazione della Cisgiordania – il regista inizia a fare intuire che, nonostante l’apparente apertura mentale dimostrata dalla famiglia – scelta, sembrerebbe evincersi dalla pellicola, a metafora della società civile israeliana – nei confronti dell’omosessualità del figlio, la cittadinanza palestinese di Nimer non verrà mai accettata di buon grado. 

Burocrazia: lo strumento più efficace di discriminazione 

La grande barriera rappresentata dalle origini palestinesi di Nimer è resa ancor più manifesta quando, a seguito dell’infondato ritiro del suo permesso di studio da parte dei servizi segreti israeliani, Roy si rivolgerà ai suoi vari contatti in Israele per far ottenere al ragazzo un permesso di residenza. 

Proprio nella costruzione di questa parte della storia, Out in the Dark pone in risalto la discriminazione che lo Stato israeliano mette in atto quotidianamente ed impunemente nei confronti dei cittadini palestinesi

Emblematico a tal proposito, è il dialogo che intercorre tra un avvocato collega di Roy che si occupa di permessi di soggiorno e richieste di asilo e la coppia di ragazzi. Durante la conversazione, infatti, l’avvocato ammette che, pur se Nimer ha tutte le carte in regola per ottenere lo status di rifugiato – essendo stato cacciato di casa perché omosessuale e minacciato di morte se fosse tornato indietro -, è altamente improbabile che Israele lo conceda ad un cittadino palestinese.  

Indipendentemente da quanto siano fondati i timori di persecuzione e di perdere la vita, infatti, lo Stato ebraico – continua l’avvocato – non ha alcuna intenzione di rischiare di creare un precedente per altri cittadini palestinesi di poter vivere nel territorio israeliano. 

La brutalità ed inumanità dell’apparato burocratico israeliano verrà ulteriormente messo a nudo nel finale, quando sarà lo stesso Roy a doversi scontrare con le conseguenze di aver aiutato un cittadino palestinese – ad ulteriore riprova che, nonostante le apparenti aperture professate dal governo israeliano per rispettare i diritti umani fondamentali dei palestinesi e di quegli israeliani che si oppongono all’occupazione delle terre, la realtà del territorio è totalmente diversa. 

Una pellicola senza eroi, né vincitori 

In generale possiamo dire che Out in the Dark è una pellicola nella quale la trama socio-politica attraversa e dà tensione alla storia di due personaggi già attraenti ed avvicenti, per i quali non si può che sperare nel lieto fine fino all’ultimo istante e che, quindi, non scemano a mero simbolo ma attirano nella propria sfera, contribuendo a creare un film con un perseverante eco emotivo nello spettatore.  

I toni e la fotografia del film poi, contribuiscono a trascinare nella storia, al contempo assumendo caratteristiche quasi documentaristiche sulla violenza e le difficoltà che le persone LGBTQ+ devono affrontare in questi territori. 

La tensione continua e ben gestita del film è alimentata da scene spesso girate nella semioscurità, in cui i protagonisti sono costretti a guardarsi costantemente alle spalle e che sottolinea la forzata clandestinità.  

Tuttavia, l’indubbia apprensione costantemente in sottofondo – o in prima linea – e la durezza dei toni non rendono Out in the Dark una difficile visione ed il film scorre anche grazie all’interpretazione dei due attori principali, in grado di dare l’impressione di star vivendo la propria vita e relazione proprio di fronte a noi. Ciò che li unisce dà speranza e celebra l’umanità ed i sentimenti che sbocciano e lottano in un contesto di molteplici ostilità, che a tratti diventano vero e proprio accanimento.  

Nonostante l’impossibilità di mantenere separati il politico dal personale, soprattutto quando gli affetti sono spezzati da confini inflessibili – corporei o meno che siano – nel film non si palesa nessun pregiudizio né il regista vuole imporre alcuna visione: Out in the Darkè una storia d’amore, un thriller politico-sociale e un family drama che lascia il più possibile ogni forma di giudizio nelle mani dello spettatore, con bilanciata intelligenza e la giusta dose di sensibilità.   

Non ci sono mani pulite da nessuna parte del conflitto e Nimer e Roy rimangono intrappolati in una rete di ostacoli, intolleranza e violenza.  

È un film che ci ricorda quanto le politiche, siano esse migratorie o legate alla difesa dei diritti umani, possano contaminare la vita di tutti i giorni, nel caso dei due protagonisti arrivando a incrinare una relazione – altrimenti solida e di belle speranze – con sfiducia e tensione: ma anche a mettere in pericolo le loro stesse vite e libertà personali.  

Ci sono atti di eroismo in Out in the Dark ma, nel suo realismo, non ci sono eroi, né vincitori.  

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Martina Bossi

Presidente Large Movements APS

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